sabato 29 agosto 2015

CAPITANO CRIMINALE: STORIA DI ALEXANDRE VILLAPLANE

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)



“Voglio tutto. Mi prendo ogni cosa”. Dev’essere stato un pensiero ricorrente nella vita di Alexandre Villaplane. Uno di quei pensieri che ti tormentano già di primo mattino, quando non sai se la tua giornata è appena iniziata o sta soltanto finendo. E tutto è ciò che ha avuto: vorticosamente, rapidamente. Una vita in burrasca, nel periodo della storia recente più rocambolesco, spinoso e tragico.

mercoledì 19 agosto 2015

INCUBI E DEMONI D'UN TULIPANO: MEMPHIS DEPAY

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

"DREAM CHASER" tatuato sul petto: il "cacciatore di sogni".

Yard dopo yard, metro dopo metro. Memphis Depay pare un running-back catapultato ai bordi dell’Old Trafford: sommerso da bicipiti scoppiettanti, spinto in ogni breve cambio direzionale da gambe che straripano. Una potenza muscolare da football a stelle e strisce (quello con il pallone ovale ed i caschi, tanto per intenderci), evidenziata dalle scorrerie palla al piede: passo breve, passo breve, esplosione ed allungo, fuga, touchdown, bazooka, rete. 

Un legame, quello di Depay con l’universo sportivo americano, che non si limita alle caratteristiche fisiche: il background del talento olandese ricalca difatti le sinistre storie adolescenziali di tanti, tantissimi atleti statunitensi. 

Memphis Depay in maglia United
“Vorrei che tutti mi chiamassero Memphis, semplicemente Memphis.” 

La scritta sulla maglia è chiara: “MEMPHIS”, nient’altro che il nome. Non si tratta d’un classico, gioioso epiteto di scuola brasiliana, tantomeno d’un vezzo estetico. Il motivo è ben diverso. Memphis rigetta morbosamente il suo cognome da oltre 15 anni: da quando Dennis, il padre naturale, ghanese itinerante, ha abbandonato figlio e moglie (olandese pura) nelle profonde viscere della periferia di Moordrecht. 

“Quella persona non merita che il suo cognome stia qui, sulle mie spalle.”

Memphis, ad appena 4 anni, vede la madre accasarsi con un altro uomo: un patrigno ai limiti della leggenda (dicono “vanti” la cifra record di 15 figli). Memphis coltiva rabbia e tensione adolescenziale, disperso in un fatiscente palazzo-alveare tra liti furibonde e violenze domestiche. 

Memphis e sua madre oggi
“Non voglio descrivere ciò che è successo dentro quella casa, non voglio che la gente sia dispiaciuta per me. A quei tempi ho dovuto semplicemente sopravvivere; potrei parlare di abusi fisici, ma non lo farò.”

Passa poco tempo ed anche il patrigno saluta Memphis senza voltarsi: pare abbia vinto qualche milione alla lotteria olandese (poteva inventarsi qualcosa di più originale, direte voi). Memphis, privato ancora d’una figura maschile, si rifugia tra le braccia di nonno Kees, che per primo lo spinge verso il voetbol. Ma la ruota non gira, anzi, gira sempre più al contrario: i tentacoli della periferia sembrano incontrollabili. 

“Ho fatto cose che non si dovrebbero mai fare, credevo fosse tutto uno scherzo, ma era molto di più. Ad un certo punto ho iniziato a riflettere, pensavo: se mi arrestano con il calcio è finita.

Allo Sparta Rotterdam scorna con diversi allenatori giovanili, corre furente in spogliatoio dopo una sostituzione di troppo, manda a quel paese per ogni piccola incomprensione: il ragazzo è ribelle, è maleducato, lo pensano tutti. Le seconde possibilità diventano terze, quarte, quinte…Memphis è insostenibile, la dirigenza vorrebbe allontanarlo. 

Origlia alla porta il PSV e ne approfitta immediatamente: quelle sgasate palla al piede sono ipnotici assoli muscolari, sono Robben nel corpo d’un rottweiler, sono il futuro della società di Eindhoven.    

Il calcio ad Eindhoven come il football a Dallas, come il basket a Los Angeles, come il baseball a Saint Louis: via d’uscita purificatrice, appiglio per abbandonare e demolire qualsiasi influenza del ghetto. 

Memphis pensa alla pelota, solo alla pelota, aiutato da un mentore personale e da una famiglia locale che lo adotta completamente. Grazie a loro, nel 2009, riesce anche a superare la morte dell’amato nonno. 

Depay e Van Gaal
Yard dopo yard, metro dopo metro, Memphis raggiunge la prima squadra con la stessa rapidità d’un running-back, schivando placcaggi e tackle, mettendo la freccia nell’Eredivisie fino all’arancio intenso della camiseta nazionale. In Louis Van Gaal trova il padre che ha sempre desiderato, un mister fiducioso, innamorato. Il vulcano Memphis erutta nel mondiale brasiliano, appena ventenne, per poi attraversare la Manica proprio insieme a Van Gaal, unendosi quest’estate ai Diavoli Rossi. 

Dei suoi drammi adolescenziali, oggi, oltre al nome sulla maglia sono rimasti altri segni visibili: i tatuaggi, copiosa flora d’inchiostro sparsa per tutto il corpo, tra cui spiccano devote iscrizioni in onore del nonno; l’odio per il padre, con cui non vuole addolcire i rapporti; i pochi amici

“Un tempo andavo in giro per le discoteche con tantissimi amici o presunti tali. La mia “barca” era piena di gente che non apprezzava piccoli gesti, dava tutto per scontato. Quelli non erano veri amici. Oggi la “barca” è più leggera, naviga tranquilla.” 

Memphis ha completato la maturazione spalla a spalla con Van Gaal, a Manchester ha un life coach personale, pronto ad intervenire per esorcizzare i demoni del passato; si rilassa a casa con il cane e gioca a poker con pochi fidati, vergognandosi d’un video rap girato qualche tempo addietro: la quiete dopo la tempesta, verrebbe da dire. 

Lontano, però, si sentono ancora dei tuoni, rimbombano nel nuvoloso sottofondo. 
Toccano note cupe, impossibili da zittire. 

Alla BBC è arrivata una richiesta, firmata Memphis, appena dopo la partita di mercoledì: “Vi pregherei di chiamarmi Memphis, semplicemente Memphis. Grazie.”

In fondo non esiste modo per cancellare il passato. 


giovedì 6 agosto 2015

UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI: TRAGICOMMEDIA DI "CHIC" BRODIE

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

"Chic" in azione, con maglia scura, naturalmente senza guanti

Daniel Handler dovrebbe riscrivere il suo ciclo di romanzi. 
Dovrebbe riscrivere ogni singolo capitolo, resettando fantasia ed invenzioni letterarie: gli basterebbe attenersi, semplicemente, all’incredibile e tragicomica vita di Charles George “Chic” Brodie

Nato nella scozzese (che più scozzese non si può) Duntocher il 22 febbraio 1937, “Chic” fa fagotto giovanissimo, trasferendo i suoi guantoni, o meglio, le sue mani di campagna nella grigia Manchester, sponda City. Zero gare giocate tra i 16 ed i 20 anni fanno capire a Brodie che la First Division non è affar suo: si spalancano le porte del sacro calcio minore. 
A Gillingham gioca la stagione ’57-’58 di Third Division. Poi la discesa, obbligata, negl’inferi della quarta serie, causa servizio militare ad Aldershot. 

Fino a qui tutto nella norma: nulla da segnalare se non il classico fluire d’una carriera ordinariamente insapore. Gli sfortunati eventi iniziano, esotericamente, appena “Chic” veste la maglia delle api di Brentford
Primo piano di Brodie

1964, Brodie sta proteggendo i pali dagli assalti del Carlisle e da tutta l’ostilità di Brunton Park; alle sue spalle la solita (almeno per quegli anni) marea di lads alza ondate eccitate ad ogni azione pericolosa. La discesa del terzino di casa, quello con i polpacci a mongolfiera, è spinta dagli ululati dei suoi aficionados; il cross in mezzo tagliato, forse un po’ troppo, la punta che si contorce e colpisce di ciuffo: palla tra le mani d’un tifoso in trentesima fila. “Chic” attende la restituzione, osserva quelle migliaia di teste, il pallone sembra desaparecido: ricompare, però, dal nulla. O forse no, è troppo piccolo, troppo veloce: una pietra lo colpisce sul ginocchio. “Perchè mi hanno lanciato una cazzo di pietra?”

Dolore lancinante, bestemmie, barella, ospedale. Magari fosse finita qui, “Chic”, magari…

Scorre un anno, “Chic” si è ripreso, fa visita all’Old Den, tana dei famelici leoni londinesi. Millwall è un incubo per gli undici di Brentford: volano vortici di freccette, acquazzoni di monetine, foreste di coltelli (alla faccia del prefiltraggio…). Brodie ad un passo dall’intervallo è sovrappensiero, i suoi battono un corner che sembra distante chilometri. Lo sguardo finisce nell’erba tagliata imperfettamente, qualcosa di metallico crea uno strano riflesso. Si abbassano le mani, raccolgono l’oggetto non identificato. 

“Una granata?”, “Chic” la lascia a terra e scappa. Ridono tutti guardandolo fuggire impaurito: chi di quelli non si sarebbe cagato addosso al posto suo, si chiede Brodie sconcertato. è l’unico a non sapere che quella è un’arma giocattolo: “Perchè mi hanno lanciato una cazzo di granata?”.

Altra stagione, altra sfortuna. 

Contro il Lincoln sembra andare tutto bene. Sole alto, un paio d’interventi non decisivi ma belli da vedere, distanti anni luce dal pragmatismo scozzese. “Chic” è in forma, dannatamente in forma: il regista avversario, calzettoni abbassati e testa ad anguria, calcia una saetta dai 35 metri. Una, due, alla terza deviazione la palla impenna, Brodie la battezza  alta e come segno della croce la rincorre con un balzo, appendendosi alla traversa. Il legno si spezza a metà, facendo crollare l’intera porta: Brodie, nell’impatto, si lesiona la schiena. “Anche questa, anche questa…”.

 Il climax della iella raggiunge il picco più alto nel novembre '69. 

Ne narrano, a distanza di quasi mezzo secolo, le immagini in bianco e nero della televisione di Colchester. I locali hanno già infilato per quattro volte le mani di “Chic”: 4-0, partita finita, serranda mentale abbassata. Ad un battito di ciglia dal triplice fischio, però, invade il campo un iperattivo terrier bianco. Il cane è ipnotizzato dalla sfera bianca, la brama, inseguendola come un ossesso. L’arbitro inspiegabilmente non fischia e le telecamere seguono questo buffo siparietto: la tela di passaggi del Colchester, dopo quasi mezzo minuto, consegna la palla alla retroguardia Brentford, un ultimo tocco di scarico e Brodie va in presa bassa. Passa meno d’una frazione di secondo, il terrier non frena e si schianta a tutta velocità sul ginocchio dello scozzese. “Non può essere, anche un cane del cazzo!”



Crac. Il ginocchio scoppia, erutta. In sottofondo la gracchiante ed ironica voce del telecronista: “What a tackle, what a great tackle!”, non sa che quell’impatto ha appena firmato in calce la fine della carriera di “Chic”. 

Ancora ospedale, operazioni, riabilitazioni: negli anni ’70 si sa, curare un ginocchio è quasi utopia. 
Il portiere di Duntocher è l’unico giocatore della storia ad appendere gli scarpini al chiodo per colpa di un cane: record che persiste tutt’oggi. 

Qualche anno dopo, a bordo del taxi giallo che guiderà per vivere fino al 2000, dichiarerà: “Si, quel terrier sarà stata anche piccolo, ma credetemi, era incredibilmente solido!”. Humour britannico che strappa un sorriso, o forse più d’uno. 

"Chic" ed il suo taxi
La perla finale, l’ultimo cartellino timbrato dalla scalogna, arriva nel ’71. “Chic” si sta divertendo, con un singolo ginocchio, nel teatro dell’assurdo del calcio dilettantistico. Con il Margate stabilisce un altro record, negativo, subendo 11 gol dal Bournemouth in una singola gara di Fa Cup. “Questo cos’era? Il nono o il decimo? Cazzo che figura…”

Di “Chic”, leggenda all’opposto, in pochi si ricordano; a me piace farlo analizzando, respirando le pochissime foto pervenute: “Chic” sorride sempre. Fa annusare tutta la sua autoironia, tutta la positività. 

Ingiustificabile, affascinante spensieratezza per un martire del football. 

Pietre, granate, traverse e cani… 

“La vedo imbronciata, brutta giornata? Si fidi, c’è chi ne ha passate di peggiori!”. Chissà quante volte l’avrà detto, Charles George “Chic” Brodie ai suoi passeggeri. “Sa, lei è nel taxi guidato dal portiere più sfortunato del mondo”, gli occhi allo specchietto, l’immancabile sorriso. 


domenica 2 agosto 2015

LA TRAGEDIA DEL PUMA NERO CHE DISSE D'ESSERE GAY

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

Fashanu ai tempi di Norwich


1967, le tende di pizzo d’ogni finestra di Shophram, scheggia abitativa del Norfolk, sono tirate. 
Signore locali portano avidamente alle labbra il tè, sparse dietro ogni vetro d’un ansiogeno quartiere a luci bianche. Osservano due ragazzini, spaesati, in strada. 

“Corri Emily, guarda quelli!” 

Per la prima volta Shophram ha due abitanti di colore: sono Justin e John Fashanu, 6 e 5 anni, piovuti come marziani tra le braccia di paffuti ed ordinari genitori adottivi. 
Il loro padre naturale, avvocato nigeriano, era evaporato, facendo ritorno nell’amata Mama Africa prima ancora di sentirli parlare; la madre, infermiera guyanese, non poteva sostenere l’impegno d’un doppio futuro. 

Così eccoli, Justin e John, dispersi nella tipica campagna britannica bianca e conservatrice. 
Il fratellino reagisce male al cataclisma: smette di parlare, si spiega a gesti, Justin è l’unico a capirlo, a tradurre quei pensieri forse troppo profondi per essere sospirati. 

I fratelli Fashanu da giovani
Dovevamo scegliere se affogare o nuotare. Abbiamo scelto di nuotare.

Nello tsunami della crisi d’identità a nuotare meglio è Justin, capace d’eccellere in qualsiasi attività sportiva: boxe, basket, tennis, atletica, football.

Il Norwich, immediatamente, allunga i secolari tentacoli sul puma nero di Shophram, lo accudisce e, appena 18enne, lo fa esordire tra i professionisti. Strana dissonanza calcistica, un puma tra i canarini. 

In tre stagioni segna 40 reti in 103 gare, è una forza della natura. Carrow Road ama l’esotico predatore d’area, lo venera. Justin si sente una divinità, un’eroe, ha il mondo ai suoi piedi.

Ma John? Il fratellino che faticava a spiegarsi? Arranca nell’indifferenza generale, comincia ad invidiare il fratello maggiore.   

Appena la fama ha aperto, anzi, ha spalancato violentemente le porte a Justin, il nostro rapporto è completamente cambiato. Varie squadre mi rifiutavano, non ritenevano fossi abbastanza forte, continuavano a paragonarci tutti. A casa, poi, lui non faceva che insultarmi: non mi prestava una singola sterlina, dovevo raccattare gli spiccioli dalle tasche delle sue giacche. Una volta, finita la  mia gara con la squadra riserve del Norwich, mi fermai a firmare qualche autografo: lui mi si affiancò, prese la penna e la gettò. <Per firmare autografi devi guadagnartelo, non puoi firmarli solo perché sei mio fratello> mi disse.

Un rapido, pericolosissimo distacco dalla realtà: tipica sindrome da giovane calciatore arricchito.  

Il vero spartiacque, però, arriva nel febbraio 1980. I Reds di Liverpool fanno visita al Norwich e Fashanu cristallizza il tempo: spalle alla porta, alza a mezz’aria il pallone con l’esterno destro, vira rapidissimo e batte di volée con il collo mancino dai 25 metri. È il gol dell’anno. 


Brian Clough, vulcanico e leggendario manager, ha visto abbastanza: lo vuole a Nottingham, nel meraviglioso Forest europeo. Per averlo non bada a spese, sborsando 1 milione di sterline.

Fashanu è il primo calciatore britannico, di colore, pagato 6 zeri. 

Justin vede la luce ed inizia ad affogare. Inconsapevolmente, la sua vita comincia a sgretolarsi. Guida una fuoriserie, regalata, con cui bacia ogni muro di Nottingham schiantandosi di continuo. Spende notti e notti nei club cittadini. Compra vestiti da migliaia di dollari. In campo Ie porte sono stregate: salvataggi sulla linea, stop sbagliati, errori grossolani. Il passaggio dall’amorevole e protettiva gente di Norwich, all’esigente pubblico del City Ground è devastante. 

Il puma, in pochi istanti, si tramuta in ombra. Un’ombra perseguitata. 

In maglia Forest
Viene accusato di frequentare locali gay, tutti i tabloid si scagliano contro di lui. 
Brian Clough, sommerso dal ruvido ed omofobico vociare, non dà scampo a Justin: inizia a braccarlo, a ridicolizzarlo, a farlo disperare. Non può esistere un giocatore gay, non deve esistere, specialmente nel Forest dei miracoli. 

Fashanu, vieni qui, nel mio ufficio. Rispondimi. Dove vai se vuoi una pagnotta? Direi da un fornaio, mister. E se vuoi un cosciotto d’agnello? Da un macellaio, immagino. Allora spiegami perchè cazzo continui ad andare in quel locale per froci?

Justin finisce ai cugini del County, prelevato con appena 150mila sterline. Attraversa la città bramando una rivincita, trova improvvisamente coraggio nella fede e nella preghiera, ma il periodo d’apparente serenità dura meno di tre, mediocri, stagioni. Le luci, poi, si spengono. 

Nell’85 si sposta a Brighton, nella terra dei gabbiani, ma dimentica di portare con sé il ginocchio destro. Spende tutti i soldi in terapie, gira il mondo cercando qualcuno che possa curare la dolorosissima infiammazione, ma non c’è verso. Non riesce più a giocare. 

Il puma nero diventa zoppo ed errante, migra oltreoceano giocando poche, pochissime partite. Probabilmente ha il tempo di riflettere, di comprendere e metabolizzare la sua vera identità.

“Sono omosessuale, lo sono sempre stato e, come me, lo sono tanti altri giocatori. Non posso tenerlo nascosto ancora.”

È  il 1990. Justin alza la cornetta e chiama il Sun liberandosi d’ogni fardello. Il mondo calcistico inglese impazzisce, va in cortocircuito. Un’esplosione di terrore pervade la Gran Bretagna sportiva: anche il football, il puro football, quello dei mediani pelosi e delle risse nelle terraces è “contagiato”.  

John, il fratellino che ai tempi di Shophram aveva difficoltà a farsi capire, tuona: “Essere nero ed avere problemi finanziari non è abbastanza. Essere nero, avere problemi, ed essere gay: è Natale!”. Non crede alle parole di Justin, è sicuro voglia solo un po’ di pubblicità, un po’ di quella vecchia, introvabile fama. Pensa lo faccia per soldi, non smetterà mai di supporlo. 

John, intanto, non deve più rubare soldi dai cappotti, gioca al Wimbledon ed è diventato un attaccante di successo (in Italia lo ricorderanno in tanti per le apparizioni in “Mai dire gol”). 
Se sto avendo successo è solo perché ho sempre osservato Justin, dicendomi che non avrei mai commesso tutti i suoi errori” ammette in una velenosa intervista. 

Dov’è il pudding in famiglia di Shophram? Dov’è il pubblico esultante di Carrow Road? Dove sono tutti, Justin?

Dopo aver fatto outing, l’ex attaccante da un milione di dollari viene divorato dai media e dalla casta calcistica, diventando definitivamente un emarginato, un rinnegato. Viene accusato di voler vendere notizie false, di fare nomi insensati. Continua ad errare, sempre più zoppo e deriso, concludendo la carriera in Nuova Zelanda, con la maglia dei Miramar Rangers. I Miramar Rangers, già. È il 1997. 

Un anno dopo, Justin è uno sconosciuto allenatore d’una sconosciuta squadra giovanile dello sperduto Maryland. Viene accusato di stupro da un suo giovane giocatore:Abbiamo fumato e bevuto insieme, poi mi ha obbligato a fare del sesso orale.”.

Per capire la gravità della situazione, in Maryland, a quei tempi, la fellatio era illegale anche tra marito e moglie. 

Il puma nero da un milione di sterline è in gabbia, riesce a fuggire in un monastero inglese. Si rifugia lontano da riflettori e polizia. Prova a contattare i vecchi amici, svaniti insieme al lusso. Prova a chiamare John, il fratellino che solo lui riusciva a capire: nessuna risposta. 

Abbandona il monastero, solo, giungendo nell’East End londinese. Fa tappa in una sauna omosessuale, poi forza la serratura d’un garage, prende una corda e se l’annoda al collo. Dà un’ultimo calcio, la sedia cade. È la sera del 2 maggio 1998, l’ultima per Justin Fashanu

Di fianco al suo corpo gli agenti trovano una lettera: “Ciò che è successo con il ragazzo è stato totalmente consensuale. Sono fuggito dall’Inghilterra per come mi ha trattato la gente dopo ciò che ho detto. Non voglio imbarazzare ulteriormente la mia famiglia. Spero che qualcuno lassù mi accolga: troverò la pace che non ho avuto in vita.”

Oggi Justin Fashanu è ritenuto una leggenda dal mondo omosessuale. A detta di The Pink Paper, è 99esimo nella classifica dei 500 eroi gay nella storia. 

Oggi John Fashanu è un commentatore televisivo. Secondo il Times è 22esimo nella classifica dei 50 giocatori peggiori della Premier League.