domenica 27 dicembre 2015

ALI D'ANGELO, FIUMI D'IRLANDA: STORIA D'UN DRUIDO SENZA NAZIONE

di Riccardo Corradini

Ireland di spalle, con l'evidente tatuaggio


Che uomo e natura siano legati da un vincolo indissolubile è cosa nota a tutti dalle notte dei tempi. Prima Lucrezio nel "De Rerum Natura", poi San Francesco d’Assisi nel "Cantico di Frate Sole", hanno incanalato in colossali opere letterarie quell’interesse che l’uomo nutre verso l'intrinseco legame con il  mondo che lo circonda.

Non ci si stupisce, dunque, nell’apprendere che la città natale di Stephen Ireland sia Cork, florida realtà portuale situata nel Sud dell’Irlanda, attraversata e recisa in due parti dal fiume Lee. Due mondi, due universi così affini, eppure così separati: esattamente come Ireland e la Nazionale di calcio irlandese. Ma facciamo un passo indietro.

Lo Stephen Ireland calciatore muove i primi passi nel Cobh Ramblers Football Club, società nota per aver allevato al proprio capezzale Roy Keane e per essersi guadagnata negli anni l’etichetta di rivale del ben più blasonato Cork City Football Club. 


La famosa esultanza contro il Sunderland
Qui Ireland propone fin da subito il suo calcio: un modo di trattare il pallone che è tipico di un iniziato, una visione di gioco ed una tecnica che appartengono alle più alte volte celesti. 
Le qualità del giovane destano l’interesse di molti club britannici, ma la sindrome di Osgood-Schlatter (processo degenerativo a carico della tuberosità tibiale) di cui soffre Stephen in età adolescenziale, ne scoraggia più volte l’effettivo trasferimento. 

Sarà il Manchester City a prendere coraggio e ad azzardare con il giovane talento irlandese, tesserandolo nel 2001 e godendone le qualità e il potenziale fino al 2010.
In queste stagioni, fino al trasferimento all’Aston Villa nell’ambito dell’affare Milner, Ireland incanta i Citizens in un contesto finanziario (e non solo) molto diverso da quello che conosciamo oggi: guadagnando il goliardico soprannome di Superman grazie ad una curiosa esultanza, con le mutande del noto supereroe  esposte verso la gradinata dopo un gol al Sunderland.

Sono anni fondamentali per la carriera del talento irlandese e, come da previsioni, arriva anche la convocazione in Nazionale. 
Nonostante le controversie che contraddistinguono il rapporto tra Ireland e la Federazione già dalle rappresentative giovanili, e nonostante i dissapori maturati quasi immediatamente con il Commissario Tecnico Brian Kerr, il popolo irlandese resta consapevole del fatto che i Boys in Green non possano fare a meno del Superman di Cork.

Così, sotto la gestione del nuovo CT Staunton, Ireland diventa una figura inamovibile, trascinando i compagni nella fondamentale vittoria contro San Marino e, soprattutto, nel sentito derby con il  Galles. Stephen sul prato verde è un fattore determinante: argina e straripa a fasi alterne, proprio come il suo fiume Lee. 

Ireland con la sua Nazionale
Nel settembre del 2007, però, il fiume Ireland altera improvvisamente il suo corso, sconvolgendo un paesaggio, anzi, una vita che non tornerà più come prima.
Succede tutto all'improvviso, nel cuore del ritiro irlandese, con l'irruzione d'uno squillo di telefono alla vigilia della delicata sfida con la Repubblica Ceca. 
Alla cornetta c'è la fidanzata del centrocampista dalla schiena alata: "Steph, tua nonna è morta, corri a casa!”In realtà Stephen sa che non è vero: lo sa anche mister Staunton,  avvisato da chissà quali spie segrete, che però lo lascia ugualmente tornare a casa con un jet privato. 

Il problema, purtroppo, è che a saperlo è anche anche la stampa.

Ireland va nel panico: “La verità è che è morta mia nonna paterna”; “Scusate, vi ho mentito: è morta la seconda moglie di mio nonno”. Tutto falso: i giornali lo fanno a pezzi, Guardian in primis, Ferguson lo addita come “stupido”.

Poco dopo lo stesso Ireland ammette la verità: la sua ragazza aveva avuto un aborto spontaneo, per questo era corso a casa in fretta e furia fabbricando, però, un'altra scusa. 

Perché non lo hai detto subito Steph? Credi che la materna Irlanda non ti avrebbe capito? Pensi che i tifosi che ti idolatrano non ti sarebbero stati accanto? Echeggiano insaziabili le domande dalle redazioni dei tabloid, dai pub di Dublino, dalle case di Cork... 
Troppo tardi, la Federazione non prende provvedimenti per l'insensata bugia, ma il dio football sì: Repubblica Ceca-Irlanda 1-0, i ragazzi in verde non parteciperanno all’Europeo 2008.

In maglia Stoke
Da questo momento il rapporto tra Ireland e la sua Nazionale ricorda tanto l'assurda ed inconcludente attesa di "Waiting for Godot"opera teatrale del (guarda un po') irlandese  Samuel Beckett: una serie infinita di speranze disilluse, di sogni disattesi. 

Stephen non è più ritornato. 

Inutili gli interventi di TrapattoniLiam Brady, del mediatore straordinario Shay Given: quella di Ireland resta una delle vicende più struggenti ed enigmatiche della storia del calcio irlandese e non solo. 

“Non voglio mettergli pressione, ma mi piacerebbe moltissimo vederlo giocare ai Mondiali”: suggella così questa vicenda, con malinconico rispetto, la speranzosa voce del padre di Ireland intervistato una manciata d'anni or sono.

Ireland, dopo una deludente parabola tra Aston Villa e Newcastle, oggi a 29 anni sta vivendo una stagione travagliata, causa infortuni e concorrenza d'alto livello nello Stoke  City dei vari Bojan, Shaqiri ed Arnautovic. Della maglia marchiata Eire nemmeno l'ombra.

Il fiume Lee divide la città di Cork in due parti; il fiume Ireland separa lo Stephen calciatore dallo Stephen uomo: troppo onesto per mentire come si deve o, forse, troppo debole per sopportare il peso d'una verità mai completamente svelata.

Non tutti sanno che il fiume Lee, prima di gettarsi nel mare celtico, si dirama in due bracci creando al centro una piccola isoletta, culla del centro storico di Cork: primo insediamento urbano in epoca antica. È proprio lì che l'Irlanda aspetta, idealmente, il figlio prediletto di questa generazione calcistica: lì dove il fiume unisce ciò che ha diviso. 


Un popolo intero assiepato su quell’isolotto: pronto ad ululare il nome della propria nazione in festa, pronto a gridare il cognome del calvo druido vestito nuovamente di verde.  


sabato 21 novembre 2015

I NOVE DI CASESTELLATE.

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)


Le domeniche le passavamo a ciondolare per il paese, alla ricerca del decimo. 
Come uno sciame di piccoli uomini cocciuti, zingarelli ossuti lungo le viottole scoscese di quel villaggio arroccato sulla pietra e sul muschio: chi ci aveva preso in simpatia ci salutava donandoci girelle di liquirizia, la gente di Via Monte Rosa, invece, ci considerava alla stregua di ladruncoli perdigiorno. 

E avevano ragione.

domenica 15 novembre 2015

IL CONGEDO DELL'ELEFANTE BLANCO

di Michelangelo Mion

Il bacio alla fede, i pollici ad indicare "El Siete"


Gli elefanti, imponenti ed affascinanti; riescono a suscitare al tempo stesso rispettoso timore ed ammirazione nell'osservatore. In natura pochi animali possono vantare la fierezza di un pachiderma, nobiltà di retaggio che porta a vivere in modo solitario il giungere del crepuscolo. Le tribù autoctone africane narrano che, in punto di morte, gli elefanti si distacchino dal branco per recarsi in un mistico luogo, al solo scopo d'unirsi ai loro simili trapassati: questo luogo è detto "cimitero degli elefanti".

Maglie Cosmos per Raul e Pele
La distanza tra le incontaminate savane africane e le selvagge strade newyorchesi è abissale, ma anche nella frenetica metropoli americana è possibile, di tanto in tanto, scorgere un elefante. Beckenbauer, Pelè e ora Raul, tre divinità calcistiche accomunate, oltre che dallo sconfinato talento, dal triste e solitario destino. 

Oggi Raul Gonzalez Blanco allaccerà i suoi scarpini per l'ultima volta, quel gesto tanto metodico quanto naturale avrà un sapore nuovo, diverso, acre. In campo ancora una volta per essere decisivo, in campo per rimpinguare la già ricca bacheca personale, in campo per una finale: come d'abitudine. Una finale certamente meno nobile di quelle giocate in passato ma pur sempre una finale.

L'occasione per lasciare da vincente assoluto, magari baciando ancora una volta, l'ultima, la fede.

Intorno a lui nessuna camiseta blanca, nessun volto noto, i compagni di oltre 700 battaglie non saranno lì ad incitarlo invocando il suo nome. Le tradizionali tapas lasceranno spazio ad hamburger ed hot dog, al posto degli Ultras Sur un gruppo di neofiti che, seppur nutrito, non potrà trasmettere il calore che anche solo una manciata di quegli aficionados avrebbe dato; il calore di chi ti ha visto muovere i primi passi e ti ha seguito per tutta la carriera, vedendoti gonfiare le reti di tutta Europa centinaia e centinaia di volte.

Raul e CR (all'epoca con il 9)
Sarebbe svilente e riduttivo far descrivere Raul da una manciata di numeri, per quello esiste Wikipedia. Raul è un figlio di Madrid, Raul è il Real Madrid. Un figlio forse troppo facilmente dimenticato o per meglio dire sostituito da un altro numero 7, di sicuro mediaticamente più imponente, tecnicamente più forte che, con apparente minor fatica, ha in pochi anni disintegrato quei record accumulati nel corso di raffinati lustri. Ma il calcio, per fortuna, va oltre questi aspetti, almeno il calcio come lo intendiamo noi.

Quella che ha lasciato Raul non può che essere un'eredità senza eredi. Emblema dell'antieroe per stile di vita e tempistiche. Lontano dai riflettori nel giorno della sospirata Decima inseguita per anni; lo stesso annuncio del ritiro ha avuto l'apparenza di un triste necrologio sportivo, annuncio avvenuto, beffardamente, nella medesima giornata in cui il suo record di gol in maglia Merengues veniva superato. Oggi i numeri però non avranno alcun peso, dopo l'ultima allacciata di scarpe non resterà che una finale, non resteranno che i Cosmos contro i Fury, non resterà che un'altra partita da vincere, un altro titolo da raggiungere. Ben poco importerà se il palcoscenico sarà uno stadio di football adattato e non il regale Bernabéu, ben poco importerà se il colore dominante sarà il verde e non il bianco, l'unica cosa che conterà sarà quella per cui "El Siete"ha sempre vissuto: la vittoria. Raul Gonzalez Blanco forse è solo l'ennesimo figlio illegittimo di una modernità che ti eleva a divinità per poi cacciarti dalla porta di servizio; forse è soltanto un'altra vittima sportiva di quel subdolo sistema che è l'utilitarismo moderno. Forse è così, o forse, più semplicemente, è e sarà l'unico elefante blanco. Oggi, 15 Novembre 2015, finisce una storia, da domani inizierà la leggenda.



giovedì 15 ottobre 2015

LAMPI NELLA NOTTE: ALBINO UNITED FC

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

L'Albino United durante un allenamento

"Vorremmo solo provare che gli albini sono umani come tutti gli altri"


Difficile essere lampi nella notte, difficile essere abbaglianti umani nel cuore dell'Africa nera, nerissima. Quando un lampo incide l'oscurità, si sa, l'intensa luce dura brevemente prima d'essere di nuovo inghiottita; lo stesso vale per gli albini subsahariani: vittime sacrificali, con il tempo contato, d'occulte tenebre.

Il capitano Mohamed Kassim
Nascere albino in Tanzania equivale ad essere un'eccezione su 1429 (cifra record in tutto il globo). Nascere albino in Tanzania equivale ad essere, irrimediabilmente, un maledetto.

Fisicamente l'assenza totale, o parziale, di melanina obbliga gli albini ad una saltuaria esposizione al sole, per evitare tumori della pelle e bruciature; a questo enorme disagio vanno aggiunti gravi problemi degli occhi, relativi alla depigmentazione dell'iride.

Il vero incubo di questi ragazzi, però, è distante anni luce dai gestibili problemi anatomici. Lo si trova disperso nel polveroso confine tra sociologia e religione: annidato in secoli di tradizioni magiche ed ancestrali credenze.

Per gli "mgangi", sciamani dell'Africa Orientale, gli albini sarebbero difatti incarnazioni degli spiriti immortali "zeru-zeru": corpi naturali con poteri soprannaturali, insomma. Membra pregiate che, diventate reliquie, sarebbero in grado di regalare soldi, benessere e bellezza a chiunque le possieda. Da decadi continua così una sanguinosa caccia cromatica, al solo fine d'ottenere parti del corpo d'un albino, per poi creare amuleti e pozioni esoteriche.


"Hanno trucidato una bambina di 4 anni la scorsa notte, giocheremo anche per lei"


Succede ogni giorno, forse anche in questo preciso istante. Ricchi tanzaniani assoldano sicari, capaci d'amputare o uccidere in brevissimo tempo albini di qualsiasi età.
6mila sterline per la pelle, 65mila per gli organi interni, 130mila per un corpo intero: cifre da capogiro per un Paese in cui il 60% della popolazione vive con poco più d'una sterlina al giorno.

Amuleti albini dei "mgangi"
La risposta della comunità albina è il grido senza voce tipico dei perseguitati, scandito da fughe, nascondigli e segretezza. Un silenzioso tabù, spezzato da una sfera che ha iniziato, solitaria, a rimbalzare.

Creato nel 2008 grazie alla visionaria intuizione di Oscar Haule, businessman (non albino) della metropoli Dar es Salaam, l'Albino United fc rappresenta una speranza sociale per affrontare ed eliminare questa cruenta discriminazione.
Il progetto umanitario ha rapidamente girato il globo, sensibilizzando popoli attraverso l'illimitata potenza comunicativa del futbol.

I ragazzi di Haule si allenano la sera, al crepuscolo, evitando d'essere bersagliati dai raggi africani. Negl'introvabili video che li ritraggono sembrano fantasmi con gli occhi socchiusi, sforzati, alla disperata ricerca visiva del pallone; spettri sorridenti, intenti a fluttuare su scarpe scalcinate o su chiari piedi nudi. 

Riscaldamento prepartita

"Hai fischiato il rigore solo perchè siamo albini"


Per capire le radicate credenze tanzaniane, basta passare in rassegna i volti degli spettatori di fronte a questa squadra unica: piogge di prese in giro, insulti e risate sono il normale trattamento durante una partita di Third Division tanzaniana.
Arbitri in cattiva fede ed avversari straniti si aggiungono ed accumulano gara dopo gara.

Per gli undici ragazzi dalla pelle lucente la vera partita è proprio questa: "Vincere gare per sconfiggere i pregiudizi -dice capitan Kassin-, da quando gioco con questi ragazzi mi sento molto più sicuro". Un messaggio di speranza in ogni cancha sabbiosa della Tanzania.

La strada è lunga, costellata di difficoltà, ma ogni calcio dell'Albino United fc rappresenta un passo avanti; ogni gol un lampo nella notte.

Una rete che si gonfia, una mente che si libera, l'oscurità che s'illumina.
Dale Albino United!



















mercoledì 7 ottobre 2015

DOVE SIETE FINITI, SCARPINI NERI?

di Gianmarco Pacione (pe seguirci su fb clicca qui)

Boot room dell'Arsenal, Higbury, 1955

Sono passato dal solito campo di periferia, qualche ciuffo d'erba spuntava dal granitico terriccio ambrato. Adolescenti senza regole ondeggiavano a suon di stop sbagliati e sgroppate scomposte: tutti, e dico tutti, sfoggiavano scarpe coloratissime. Allora sì, un po' tra lo stizzito ed il nostalgico mi sono chiesto: "ma che fine hanno fatto gli scarpini neri?".

Alan Ball al Charity Shield
Computer acceso, viaggio nel tempo. 

8 agosto 1970, il Charity Shield tra Everton e Chelsea vede sgommare sul prato verde le prime scarpe bianche della storia: sono quelle di Alan Ball, stella della mitica nazionale inglese del '66.
A griffarle, sorprendentemente, è la Hummel: brand quasi sconosciuto nel Regno Unito. La geniale trovata del marchio tedesco risalta su tutte le televisioni del Paese e la Hummel, (in)capace l'anno precedente di vendere la pochezza di 5mila paia di scarpini, finisce per vederne prenotate 12mila solo la seguente mattinata
Cifre da record, maturate grazie ad un leggendario espediente: "Non avevamo scarpe che andassero bene ad Alan -hanno rivelato poi i sorridenti vertici dell'azienda-, per questo abbiamo preso le Adidas che usava per giocare normalmente: Dio solo sa per quanto tempo le abbiamo pitturate di bianco. Una volta finito abbiamo aggiunto il nostro marchio, lavorando ore ed ore per camuffarlo alla perfezione. Le scarpe, poi, sono arrivate in treno ad Alan pochissimi minuti prima del fischio d'inizio". 


L'apparente svolta epocale sembra così assumere i tratti dell'epidemia. 
Molti altri cavalcano la moda delle scarpe all white nei "nevosi" anni '70, tra questi spiccano due scozzesi: Willie Morgan (Man Utd) ed il folletto Jimmy "Jinky" Johnstone (Celtic). 
Le scarpe rosse di George

Più complessa invece la situazione di Alan Hinton, all'epoca titolare del miracoloso Derby County di Brian Clough. "Appena raggiunto il faraonico accordo con la Hummel ho pensato che Clough mi avrebbe crocifisso, era normale aspettarselo, lui odiava quel tipo di cazzate. Poco prima mi aveva obbligato a tagliare tutti i capelli: sosteneva assomigliassi ad una donna". Clough sorprendentemente non vieta la novità ad Hinton; si sforza di chiudere un occhio, con ogni probabilità a causa del rapporto speciale che lega i due: "Fuori dal campo -spiegava Hinton ai tabloid di quei tempi- dirigo la distribuzione di capi d'abbigliamento. Il mister è un patito dei pullover che tratto, probabilmente è per questo che ogni tanto mi concede degli strappi alle regole". 

Dal bianco al rosso, dai Rams ai Gunners: è Charlie George il pioniere delle fiamme ai piedi, allacciate in tutta la loro arrogante focosità nella finale FA Cup del 1972. 

Come un breve ma intenso movimento artistico, però, le scarpe colorate toccano la vetta più alta di popolarità per poi rotolare nell'oblio. Perdono fascino stagione dopo stagione, finendo nel dimenticatoio lungo tutta la durata dei bui anni '80 e trascinando nel baratro la Hummel stessa. Un'epurazione conservatrice durata una sola decade: elegante ritorno a quelle origini dipinte dal semplice nero o, al massimo, dal rispettoso marrone. 

Ma i baldanzosi anni '90, quelli degli eccessi, sono alle porte; si fiondano sui campi nuove icone del football cromaticamente sfacciato: su tutti Marco Simone e Martin Keown, principali esponenti della seconda generazione di futbolisti colorati. 
La giostra multicolor riparte vorticosa e non si ferma più.

Sekerlioglou e le sue scarpe
Le origini dei primi scarpini luminosi, tuttavia, hanno l'intenso profumo d'una fiaba misteriosa. Serve difatti un imponente lavoro filologico per scovare l'articolo del Sunday Times, scritto nell'ormai lontano Novembre 1996.
Archie MacGregor, inviato nella foschia di Dundee, appunta: "Quando Attila Sekerlioglou, centrocampista del St Johnstone, ha deciso di fare a meno delle sue notorie scarpe gialle fluorescenti, è sembrato ovvio che il pomeriggio sarebbe stato cupo". 
Di Sekerlioglou si sa ben poco: austriaco d'origini turche, per molti anni cardine dell'Austria Vienna e, oggi, scout del Bayern Monaco. Il resto è materiale per cultori ed indovini. 

Computer spento, ritorno al presente. 

Penso ai ragazzini con le scarpe colorate e me li immagino sul divano, domenica scorsa, assorti nella crudele mattanza di Milan-Napoli: a San Siro nessun giocatore calzava scarpe completamente nere. Nessuno, portieri compresi. 
L'ultimo Mondiale solo 12 giocatori su 352 hanno deciso di non colorarsi arlecchinamente i piedi. 

Una tendenza inarrestabile, aiutata dall'alta definizione e dal divismo mediatico. 

C'è chi, da feticista dell'ultima ora, conosce ogni modello a memoria: nome, materiale, cuciture; c'è chi rimpiange la Pantofola D'Oro e continua, ostinatamente, a cercarla in tutti i negozi della sua città; c'è chi sta nel mezzo e semplicemente se ne frega, "tanto, basta che abbiano i tacchetti". 

Bale con delle innovative Adidas
Personalmente rimpiango i tempi in cui le scarpe definivano un giocatore, lo facevano insultare dal pubblico a suon di "checca, che cos'hai ai piedi?!"; tempi in cui Dinho era il solo Re Mida a colare oro sulla sfera; tempi che ci hanno condotti all'inevitabile e disperata "originalità seriale" del giorno d'oggi: dove tutti, per distinguersi, si ritrovano ad essere uguali agli altri. 

Una riflessione senza santi o imputati, senza proposte o soluzioni, forse completamente fine a sé stessa. 

In fondo, guardando dei ragazzi giocare sul solito campo di periferia, la mente può fare strani viaggi e pretendere di rendere filosofico un mondo incorniciato da battimani e gol.

Per cui comprate le scarpe che volete, giovani futbolisti, ma prima fatemi un piacere: imparate a stoppare quel dannato pallone.
Questo potete farlo anche a piedi nudi, non vi preoccupate.









martedì 1 settembre 2015

FOOTBALL VIAGGIATORE: UN LIVORNESE A DERRY.

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

Alessandro con sciarpa e maglia del Derry City FC

Da Livorno a Derry, passando per un’adolescenza che sento tanto, troppo mia: troppo nostra. 

La scappatella estiva di Alessandro Colombini mi ha prima fatto sorridere superficialmente, lo ammetto: “Dall’Italia all’Irlanda del Nord per Football Manager” titolava uno sbigottito Mirror pochi giorni fa, tuonando curiosità in mezzo all’usuale tormenta d’avariato calciomercato.

5mila chilometri per conoscere i propri beniamini da tastiera, quegli eroi raccolti dai bassifondi di Prima Divisione irlandese e portati ai vertici del mondo fanta-manageriale: impresa titanica e squilibrata.  

Maglia regalata dal Derry FC
Fine delle risate, momento di riflessione. Derry City FC, Derry, ma perché proprio Derry? L’unica nozione storica, impigliata in qualche neurone datato, mi rimanda al Bloody Sunday del 1972: nulla di più distante da Football Manager e da uno sbarbato 19enne livornese. Equazione apparentemente irrisolvibile, eppure Facebook allarga le braccia e mi viene incontro dopo una manciata di digitazioni. 

Non servono nemmeno le presentazioni di rito. Io ed Alessandro, in fondo, già ci conosciamo, anzi, Alessandro conosce già tutti noi. Discutiamo di fùtbol di provincia, del calcio sociologico, del pallone che dipinge società e cultura, che illumina case e vie. Alessandro è uno dei nostri e, come tale, a Derry non c’è finito per un’esotica scelta da pc: ce lo spiega affrescando la sua giovane eppure profonda cultura calcistica, lo fa seduto sul nostro divano immaginario, incorniciato da usurati gagliardetti appesi al muro. 


Identifichiamoti subito, manco fossimo un biglietto nominale: nome, cognome, cap, occupazione…

“Mi chiamo Alessandro Colombini, 19 anni da Livorno (e fin qui sembra Uomini e Donne). Ho appena finito un liceo classico (tesina sul goal di Jurgen Sparwasser in Germania Ovest 0-1 Germania Est) e il prossimo anno inizia la vita da pendolare per andare a studiare storia all'Università di Pisa.”

I pilastri portanti del tuo football? 

“Tifo Livorno dopo una defiance giovanile che mi ha portato ad appassionarmi alla Fiorentina: ora sono guarito. Giocatore del cuore Federico Dionisi, commovente. Ho una forte simpatia anche per il Nottingham Forest.”

Federico Dionisi, per davvero, qui a Parterre siamo emozionati. Parlaci dei tuoi primi passi nel tempio sacro del dio fùtbol.  

“Ho deciso di appassionarmi ad un certo tipo di calcio quando fin da piccolo sentivo un conflitto interno. Tutto è partito come se fosse una sfida personale: ritengo me stesso una persona e una personalità molto critica, nella maggioranza dei casi sono “fuori” e “contro” le passioni che coinvolgono ed incendiano le grandi masse. 
Questo mio folle amore per il calcio non me lo riuscivo proprio a spiegare. 
Se da un lato impazzivo vedendo Francesco Toldo, primo grande amore calcistico, che volava a togliere il pallone dall'incrocio dei pali, dall'altro non sapevo proprio come difendermi da quelli che mi accusavano di “farmi distrarre dai veri problemi”, di “regalare soldi a ragazzi viziati ricchi oltre ogni limite della decenza umana” e di “essere complice di un sistema corrotto e marcio”. 
Non sapevo come difendermi perché sapevo che avevano ragione, però non se ne parlava neanche di rinunciare a Toldo. 
La soluzione fu semplice: prendere le distanze da quel calcio pur continuando ad amarlo. 
Da quel momento iniziò un valzer tra uomini meravigliosi e pazzi scatenati, tutti avevano in comune tre cose: uno, non mi distraevano dai veri problemi (anzi, nella maggior parte dei casi li combattevano anche loro), due, non erano ragazzi viziati e ricchi oltre ogni limite della decenza umana e tre, non mi rendevano parte di un sistema corrotto e marcio.
Il Brandywell Stadium di Derry (scatto di Alessandro)
Da lì ho iniziato a scrivere collaborando con un sacco di siti, fino ad arrivare ad aprire un mio blog: "Minuto Settantotto", che si rifà al minuto nel quale Sparwasser umiliò la Germania Ovest. Ovvero, il minuto in cui il comunismo vinse sul capitalismo.”

Un percorso netto nel nostro universo, impreziosito dalla ricercata chicca della trasferta nordirlandese: abbiamo capito, ormai, che non può trattarsi solo di Football Manager…

“No, per niente. Il contesto irlandese è una tematica che mi ha sempre appassionato, sia sul fronte Belfast (Sands) che Derry (Bloody Sunday). Grazie a dei contatti su Facebook ho scoperto questo folle squadra che è il Derry City e, prima me ne sono innamorato dal punto di vista politico-ideologico, poi da quello calcistico grazie a Football Manager.”

Equazione risolta, con inaspettato successo, aggiungerei. Chapeau: altroché malato di calcio da tastiera…Ora, svelato il mistero, raccontaci: questo viaggio com’è stato? 

“Forse deluderò i milioni di groupies maschi che mi idolatrano dopo la vicenda: NON sono andato in Irlanda solo per l'autografo, è scontato ma in molti siti non è riportata per bene la vicenda e questo aspetto non è sottolineato. Siamo partiti in 4 con una prima tappa a Dublino (4 giorni), poi Derry (3 giorni) e poi Belfast (2 giorni). Ho chiesto gentilmente ai miei amici di includere nel viaggio anche una capatina a Derry per vedere la partita. Poi il fatto che ci siamo trovati davanti una città meravigliosa è un altro paio di maniche.”

Città meravigliosa o febbre acuta da football nordirlandese?

La firma di McEleney
“Un po’ entrambe: grazie a delle conoscenze ci hanno fatto da Cicerone dei ragazzi del posto (principalmente Shaun e Caolan) per il primo giorno e il secondo siamo andati alla partita tutti insieme. L'atmosfera a livello di tifo è stata un pochino deludente, lo ammetto, ma sicuramente era dovuto agli scarsi risultati della squadra in campionato e in quella partita (0-0 contro l'ultima in classifica; il Derry era penultimo, ora è risalito), infatti l'unico coro era un invito all'esimio allenatore di levarsi dal cazzo il prima possibile. Dopo la partita grazie ad uno di questi ragazzi siamo riusciti ad entrare nello spazio subito fuori lo spogliatoio incontrando così i giocatori che ci hanno gentilmente autografato di tutto e regalato due magliette da allenamento. Erano tutti un po’ sbigottiti, specie McEleney quando ha firmato i suoi dati di FM…”

Ed in cantiere, oltre alla tappa di Derry c’è anche qualcos’altro. Qualcosa di molto, molto interessante. 

“Si chiamerà "Strikers" e verrà pubblicato da Urbone Publishing verso inizio gennaio (speriamo di farcela per Natale!). Il titolo è emblematico dato che strikers rimanda ovviamente all'aspetto calcistico ("attaccante") ma anche agli hunger strikers, uno dei più celebri Bobby Sands. Sarà un libro che parla a 360 gradi dello stretto legame tra politica, calcio e religione in Irlanda del nord passando dal pullman del Ballymena bruciato dai tifosi del Derry al Belfast Celtic, la migliore squadra che non avete mai visto giocare, dal Bloody Sunday alle minacce di morte dell'IRA a George Best.”



Noi di Parterre saremo senza dubbio tra i primi ad ordinarlo, le premesse sono delle più promettenti. Bravo Alessandro, veramente, e grazie per aver condiviso e giustificato la tua finta follia estiva. Un autoritratto ironico e mai banale: come il fùtbol che piace a noi. 



sabato 29 agosto 2015

CAPITANO CRIMINALE: STORIA DI ALEXANDRE VILLAPLANE

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)



“Voglio tutto. Mi prendo ogni cosa”. Dev’essere stato un pensiero ricorrente nella vita di Alexandre Villaplane. Uno di quei pensieri che ti tormentano già di primo mattino, quando non sai se la tua giornata è appena iniziata o sta soltanto finendo. E tutto è ciò che ha avuto: vorticosamente, rapidamente. Una vita in burrasca, nel periodo della storia recente più rocambolesco, spinoso e tragico.

mercoledì 19 agosto 2015

INCUBI E DEMONI D'UN TULIPANO: MEMPHIS DEPAY

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

"DREAM CHASER" tatuato sul petto: il "cacciatore di sogni".

Yard dopo yard, metro dopo metro. Memphis Depay pare un running-back catapultato ai bordi dell’Old Trafford: sommerso da bicipiti scoppiettanti, spinto in ogni breve cambio direzionale da gambe che straripano. Una potenza muscolare da football a stelle e strisce (quello con il pallone ovale ed i caschi, tanto per intenderci), evidenziata dalle scorrerie palla al piede: passo breve, passo breve, esplosione ed allungo, fuga, touchdown, bazooka, rete. 

Un legame, quello di Depay con l’universo sportivo americano, che non si limita alle caratteristiche fisiche: il background del talento olandese ricalca difatti le sinistre storie adolescenziali di tanti, tantissimi atleti statunitensi. 

Memphis Depay in maglia United
“Vorrei che tutti mi chiamassero Memphis, semplicemente Memphis.” 

La scritta sulla maglia è chiara: “MEMPHIS”, nient’altro che il nome. Non si tratta d’un classico, gioioso epiteto di scuola brasiliana, tantomeno d’un vezzo estetico. Il motivo è ben diverso. Memphis rigetta morbosamente il suo cognome da oltre 15 anni: da quando Dennis, il padre naturale, ghanese itinerante, ha abbandonato figlio e moglie (olandese pura) nelle profonde viscere della periferia di Moordrecht. 

“Quella persona non merita che il suo cognome stia qui, sulle mie spalle.”

Memphis, ad appena 4 anni, vede la madre accasarsi con un altro uomo: un patrigno ai limiti della leggenda (dicono “vanti” la cifra record di 15 figli). Memphis coltiva rabbia e tensione adolescenziale, disperso in un fatiscente palazzo-alveare tra liti furibonde e violenze domestiche. 

Memphis e sua madre oggi
“Non voglio descrivere ciò che è successo dentro quella casa, non voglio che la gente sia dispiaciuta per me. A quei tempi ho dovuto semplicemente sopravvivere; potrei parlare di abusi fisici, ma non lo farò.”

Passa poco tempo ed anche il patrigno saluta Memphis senza voltarsi: pare abbia vinto qualche milione alla lotteria olandese (poteva inventarsi qualcosa di più originale, direte voi). Memphis, privato ancora d’una figura maschile, si rifugia tra le braccia di nonno Kees, che per primo lo spinge verso il voetbol. Ma la ruota non gira, anzi, gira sempre più al contrario: i tentacoli della periferia sembrano incontrollabili. 

“Ho fatto cose che non si dovrebbero mai fare, credevo fosse tutto uno scherzo, ma era molto di più. Ad un certo punto ho iniziato a riflettere, pensavo: se mi arrestano con il calcio è finita.

Allo Sparta Rotterdam scorna con diversi allenatori giovanili, corre furente in spogliatoio dopo una sostituzione di troppo, manda a quel paese per ogni piccola incomprensione: il ragazzo è ribelle, è maleducato, lo pensano tutti. Le seconde possibilità diventano terze, quarte, quinte…Memphis è insostenibile, la dirigenza vorrebbe allontanarlo. 

Origlia alla porta il PSV e ne approfitta immediatamente: quelle sgasate palla al piede sono ipnotici assoli muscolari, sono Robben nel corpo d’un rottweiler, sono il futuro della società di Eindhoven.    

Il calcio ad Eindhoven come il football a Dallas, come il basket a Los Angeles, come il baseball a Saint Louis: via d’uscita purificatrice, appiglio per abbandonare e demolire qualsiasi influenza del ghetto. 

Memphis pensa alla pelota, solo alla pelota, aiutato da un mentore personale e da una famiglia locale che lo adotta completamente. Grazie a loro, nel 2009, riesce anche a superare la morte dell’amato nonno. 

Depay e Van Gaal
Yard dopo yard, metro dopo metro, Memphis raggiunge la prima squadra con la stessa rapidità d’un running-back, schivando placcaggi e tackle, mettendo la freccia nell’Eredivisie fino all’arancio intenso della camiseta nazionale. In Louis Van Gaal trova il padre che ha sempre desiderato, un mister fiducioso, innamorato. Il vulcano Memphis erutta nel mondiale brasiliano, appena ventenne, per poi attraversare la Manica proprio insieme a Van Gaal, unendosi quest’estate ai Diavoli Rossi. 

Dei suoi drammi adolescenziali, oggi, oltre al nome sulla maglia sono rimasti altri segni visibili: i tatuaggi, copiosa flora d’inchiostro sparsa per tutto il corpo, tra cui spiccano devote iscrizioni in onore del nonno; l’odio per il padre, con cui non vuole addolcire i rapporti; i pochi amici

“Un tempo andavo in giro per le discoteche con tantissimi amici o presunti tali. La mia “barca” era piena di gente che non apprezzava piccoli gesti, dava tutto per scontato. Quelli non erano veri amici. Oggi la “barca” è più leggera, naviga tranquilla.” 

Memphis ha completato la maturazione spalla a spalla con Van Gaal, a Manchester ha un life coach personale, pronto ad intervenire per esorcizzare i demoni del passato; si rilassa a casa con il cane e gioca a poker con pochi fidati, vergognandosi d’un video rap girato qualche tempo addietro: la quiete dopo la tempesta, verrebbe da dire. 

Lontano, però, si sentono ancora dei tuoni, rimbombano nel nuvoloso sottofondo. 
Toccano note cupe, impossibili da zittire. 

Alla BBC è arrivata una richiesta, firmata Memphis, appena dopo la partita di mercoledì: “Vi pregherei di chiamarmi Memphis, semplicemente Memphis. Grazie.”

In fondo non esiste modo per cancellare il passato. 


giovedì 6 agosto 2015

UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI: TRAGICOMMEDIA DI "CHIC" BRODIE

di Gianmarco Pacione (per seguirci su fb clicca qui)

"Chic" in azione, con maglia scura, naturalmente senza guanti

Daniel Handler dovrebbe riscrivere il suo ciclo di romanzi. 
Dovrebbe riscrivere ogni singolo capitolo, resettando fantasia ed invenzioni letterarie: gli basterebbe attenersi, semplicemente, all’incredibile e tragicomica vita di Charles George “Chic” Brodie

Nato nella scozzese (che più scozzese non si può) Duntocher il 22 febbraio 1937, “Chic” fa fagotto giovanissimo, trasferendo i suoi guantoni, o meglio, le sue mani di campagna nella grigia Manchester, sponda City. Zero gare giocate tra i 16 ed i 20 anni fanno capire a Brodie che la First Division non è affar suo: si spalancano le porte del sacro calcio minore. 
A Gillingham gioca la stagione ’57-’58 di Third Division. Poi la discesa, obbligata, negl’inferi della quarta serie, causa servizio militare ad Aldershot. 

Fino a qui tutto nella norma: nulla da segnalare se non il classico fluire d’una carriera ordinariamente insapore. Gli sfortunati eventi iniziano, esotericamente, appena “Chic” veste la maglia delle api di Brentford
Primo piano di Brodie

1964, Brodie sta proteggendo i pali dagli assalti del Carlisle e da tutta l’ostilità di Brunton Park; alle sue spalle la solita (almeno per quegli anni) marea di lads alza ondate eccitate ad ogni azione pericolosa. La discesa del terzino di casa, quello con i polpacci a mongolfiera, è spinta dagli ululati dei suoi aficionados; il cross in mezzo tagliato, forse un po’ troppo, la punta che si contorce e colpisce di ciuffo: palla tra le mani d’un tifoso in trentesima fila. “Chic” attende la restituzione, osserva quelle migliaia di teste, il pallone sembra desaparecido: ricompare, però, dal nulla. O forse no, è troppo piccolo, troppo veloce: una pietra lo colpisce sul ginocchio. “Perchè mi hanno lanciato una cazzo di pietra?”

Dolore lancinante, bestemmie, barella, ospedale. Magari fosse finita qui, “Chic”, magari…

Scorre un anno, “Chic” si è ripreso, fa visita all’Old Den, tana dei famelici leoni londinesi. Millwall è un incubo per gli undici di Brentford: volano vortici di freccette, acquazzoni di monetine, foreste di coltelli (alla faccia del prefiltraggio…). Brodie ad un passo dall’intervallo è sovrappensiero, i suoi battono un corner che sembra distante chilometri. Lo sguardo finisce nell’erba tagliata imperfettamente, qualcosa di metallico crea uno strano riflesso. Si abbassano le mani, raccolgono l’oggetto non identificato. 

“Una granata?”, “Chic” la lascia a terra e scappa. Ridono tutti guardandolo fuggire impaurito: chi di quelli non si sarebbe cagato addosso al posto suo, si chiede Brodie sconcertato. è l’unico a non sapere che quella è un’arma giocattolo: “Perchè mi hanno lanciato una cazzo di granata?”.

Altra stagione, altra sfortuna. 

Contro il Lincoln sembra andare tutto bene. Sole alto, un paio d’interventi non decisivi ma belli da vedere, distanti anni luce dal pragmatismo scozzese. “Chic” è in forma, dannatamente in forma: il regista avversario, calzettoni abbassati e testa ad anguria, calcia una saetta dai 35 metri. Una, due, alla terza deviazione la palla impenna, Brodie la battezza  alta e come segno della croce la rincorre con un balzo, appendendosi alla traversa. Il legno si spezza a metà, facendo crollare l’intera porta: Brodie, nell’impatto, si lesiona la schiena. “Anche questa, anche questa…”.

 Il climax della iella raggiunge il picco più alto nel novembre '69. 

Ne narrano, a distanza di quasi mezzo secolo, le immagini in bianco e nero della televisione di Colchester. I locali hanno già infilato per quattro volte le mani di “Chic”: 4-0, partita finita, serranda mentale abbassata. Ad un battito di ciglia dal triplice fischio, però, invade il campo un iperattivo terrier bianco. Il cane è ipnotizzato dalla sfera bianca, la brama, inseguendola come un ossesso. L’arbitro inspiegabilmente non fischia e le telecamere seguono questo buffo siparietto: la tela di passaggi del Colchester, dopo quasi mezzo minuto, consegna la palla alla retroguardia Brentford, un ultimo tocco di scarico e Brodie va in presa bassa. Passa meno d’una frazione di secondo, il terrier non frena e si schianta a tutta velocità sul ginocchio dello scozzese. “Non può essere, anche un cane del cazzo!”



Crac. Il ginocchio scoppia, erutta. In sottofondo la gracchiante ed ironica voce del telecronista: “What a tackle, what a great tackle!”, non sa che quell’impatto ha appena firmato in calce la fine della carriera di “Chic”. 

Ancora ospedale, operazioni, riabilitazioni: negli anni ’70 si sa, curare un ginocchio è quasi utopia. 
Il portiere di Duntocher è l’unico giocatore della storia ad appendere gli scarpini al chiodo per colpa di un cane: record che persiste tutt’oggi. 

Qualche anno dopo, a bordo del taxi giallo che guiderà per vivere fino al 2000, dichiarerà: “Si, quel terrier sarà stata anche piccolo, ma credetemi, era incredibilmente solido!”. Humour britannico che strappa un sorriso, o forse più d’uno. 

"Chic" ed il suo taxi
La perla finale, l’ultimo cartellino timbrato dalla scalogna, arriva nel ’71. “Chic” si sta divertendo, con un singolo ginocchio, nel teatro dell’assurdo del calcio dilettantistico. Con il Margate stabilisce un altro record, negativo, subendo 11 gol dal Bournemouth in una singola gara di Fa Cup. “Questo cos’era? Il nono o il decimo? Cazzo che figura…”

Di “Chic”, leggenda all’opposto, in pochi si ricordano; a me piace farlo analizzando, respirando le pochissime foto pervenute: “Chic” sorride sempre. Fa annusare tutta la sua autoironia, tutta la positività. 

Ingiustificabile, affascinante spensieratezza per un martire del football. 

Pietre, granate, traverse e cani… 

“La vedo imbronciata, brutta giornata? Si fidi, c’è chi ne ha passate di peggiori!”. Chissà quante volte l’avrà detto, Charles George “Chic” Brodie ai suoi passeggeri. “Sa, lei è nel taxi guidato dal portiere più sfortunato del mondo”, gli occhi allo specchietto, l’immancabile sorriso.