lunedì 8 settembre 2014

DATE A IAIN QUEL CHE È DI DOWIE: ANATOMIA DI UN ANTIEROE

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)

Con gli Hammers


Mi svegliavo al mattino, mi guardavo allo specchio e rischiavo di vomitare le schifezze mangiate il giorno prima. Era tutto sbagliato, nella mia vita, nei miei piedi, sulla mia faccia. Tutto scombinato. Tutto ciò che di buono potevo avere, tutto ciò che di buono potevo essere, veniva spazzato via un istante dopo. Un passo avanti e due indietro. Quelli come me nascono più raramente dei Pelè: possono essere (quasi) tutto e alla fine non sono niente. Io sono così, tutto e niente, costretto a vivere nella memoria della gente per quel mio viso simile a un mazzo sbattuto mischiato su un tavolo. Ruvido, disordinato, disarmonico.


Dowie perplesso (o sorridente) in
maglia Southampton 
Mi sveglio al mattino, mi guardo allo specchio, maledico il mondo e chi mi ci ha messo. Nasco Iain, cresco Dowie, per tutti, però, sono solo Iain Dowie, nome e cognome legati insieme indissolubilmente a voler significare una cosa sola: un orrore. I film francesi, l’ultimo album di Joey Ramone, la Multipla, Sandra Oh, i marsupi, la divisa del Norwich nel 1993/1994, Tony Blair di primo mattino: apparteniamo tutti alla mia stessa famiglia, quella degli orridi. Nasco Iain, cresco Dowie, e per tutti sono solo e soltanto ineluttabilmente un orrore. E la vita così sagace e spietata non s’è limitata a gettarmi fra la gente con un viso appena uscito da un lancio di granate, mi ha sedotto e abbandonato, tenuto in bilico su due fili d’oro per poi farmi finire nel vuoto senza uno straccio con cui tentare di planare.

Nasco, cresco, divento persino un ingegnere dopo che il Southampton brucia i miei sogni di diventare un calciatore, col più classico dei “le faremo sapere”. E da lì in avanti la mia vita non è altro che un susseguirsi di sliding doors che si aprono, sì, ma puntualmente si richiudono violente mentre io passo, prendendomi in mezzo senza fare complimenti. Ingegnere e calciatore per diletto. Poi, beffarda fortuna, calciatore professionista: West Ham, per la cronaca, martelli e sogni di gloria. Fino a che Morley non decide di tornare a riprendersi il campo. "Dowie il brutto" torna nell’ombra più putrida. Le bolle s'infrangono sui muri carichi di fumo e oscenità delle strade attorno ad Upton Park.

Iain al Crystal Palace
Nemmeno Le Tissier e Shearer al Southampton accendono la mia buona stella: ai Saints rimango quattro anni, fino a quando non divento carne da macello. E mentre gli altri incantano, esplodono e gioiscono, io vengo impacchettato e spedito al Palace. E poi ancora al West Ham-corsi e ricorsi storici vichiani-dove la gente vuole la mia testa spigolosa su un piatto d’argento perché più invecchio e più divento brutto e più divento brutto e meno segno e allora eccomi, costretto a scappare fra i vicoli e le strade di Londra, città in cui molti trovano fortuna e in cui io, invece, finisco in fondo alla catena alimentare. Mangiato vivo dal tempo e in trappola fra porte aperte ma mai abbastanza, marcisco al Queens Park Rangers dove da attaccante, terminale di undici uomini pronto a far saltare migliaia di persone, simbolo semidivino incastonato nell’immaginario di ogni innamorato del calcio, divento difensore e allenatore, vittima predestinata di una discesa grigia, mesta e silenziosa.
Iain in versione nazionale 

Non c’è modo migliore per far finire un uomo nel dimenticatoio. Se non fosse che io, invece, nel dimenticatoio non ho nemmeno il privilegio di spenderci la mia solitudine. Semplicemente perché sono Iain Dowie e sono talmente Iain Dowie che potrete dimenticarvi di tutti gli altri storti del pallone, ma non di me. Che potevo essere un ingegnere e salire la scala del potere alla British Aerospace, un gran giocatore di football, eroe nella terra di mio padre, l’Irlanda del Nord, e nella città che per prima mi prese a pugni senza che io potessi difendermi, Southampton.

E invece no, sono finito sulle vostre bacheche virtuali, bersaglio immobile di stoccate senza pietà. Abbiate almeno la pietà di non confondermi con Kuyt. Io ero più brutto. E non ho mai vinto un cazzo.  

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