giovedì 18 dicembre 2014

"LA STIRPE DEL DRAGO", POESIA D'UN OPERAIO TERNANO

di Gianmarco Pacione (se vuoi seguirci su FB clicca qui)


Ho conosciuto un operaio ternano, abbonato in Curva Est da quando ha salutato il suo ultimo dente da latte. Mi ha spiegato una parola, non da vocabolarista, ma da tifoso.

"La fascinazione -mi ha detto- tu non puoi immaginare cosa sia.".

Ternana '78-'79
Mentre mi parlava sfiorava una sciarpa con le dita, c'era scritto "MENTI PERDUTE"; nell'altra mano teneva una sigaretta stanca d'essere accesa.

"Dovresti venire al Liberati, dovresti crescere in questa città per capire.".

Gli ho chiesto cosa intendesse, mi ha risposto con una poesia involontaria, alzando il tono quasi fosse un coro a ripetere, quasi avesse un megafono in mano.

"Noi siamo i rosso-verdi. Due colori inusuali, il rosso ed il verde, falli baciare verticalmente ed osservali in campo: non riuscirai più a staccare gli occhi.

Noi siamo le Viverne, noi siamo il drago di Thyrus. Quello che abbiamo qui, sul cuore, al centro dello stemma, è figlio d'una delle più radicate leggende ternane. Negli angoli delle fabbriche, gli anziani narrano ancora oggi di quell'essere alato dall'alito mefitico. Seminatore di morte, creatura terrorizzante: semplice metafora della malaria, piaga che per secoli ha accompagnato a braccetto i nostri antenati. Lo portiamo sul cuore, per ricordare le origini, per incutere timore.

Sergio Tonini, la prima Fera.
Noi siamo le Fere. In umbro vuol dire "bestie, belve". Bastò un uomo per renderci così: era il '64, Sergio Tonini lottava, sgomitava, caricava i compagni, impauriva ogni singolo difensore della serie C. Mio padre lo amava, si ricorda ancora quel giorno, quando tutto il pubblico, all'ennesimo naso rotto, all'ennesimo gol segnato, cominciò ad urlare "FERE! FERE! FERE!"."

Ho lasciato così l'operaio di Terni: accarezzava la sciarpa rosso-verde, guardando il cielo ingrigito dalle vicine ciminiere. La sigaretta era spenta, a terra. Le sue braccia erano al cielo, si muovevano a ritmo, seguendo le labbra: "FERE, FERE, FERE", diceva silenzioso, per tenere stretto ogni segreto, per tenere sua la fascinazione del futbol.

domenica 14 dicembre 2014

MONSIEUR GINOLA: LA BELLEZZA SOPRA OGNI COSA

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)


"Il genio abita semplicemente al piano di sopra della follia"
Arthur Schopenahuer, Parerga e paralipomena, 1851.

La parola "genio", tirata in ballo scomodando uno dei sacri pilastri della filosofia europea, ben si adatta all'incipit di questo breve racconto. Concedetemi il beneficio di abusarne senza prudenza: d'altronde, in tempi avari di storie romantiche e travolgenti da raccontare, un uomo che vive di passioni deve pur aggrapparsi a qualcosa per continuare a sognare. Certo, si rischia di passare per nostalgici, nichilisti e via dicendo, ma non è colpa mia se questo mondo d'erba e cuoio è invecchiato così male. Rimpiango un'età dell'oro consumata e trapassata, ma lo faccio per me stesso, conscio che niente tornerà più come prima. E' come masturbarsi riportando alla memoria i tempi migliori: a tutti è concesso d'essere nostalgici, abbiamo il sacrosanto diritto di sentirci estranei al presente.

Concedetemi il beneficio, dicevo, di usare con naturalezza e cognizione la parola "genio" e di accostarla ai parametri inafferrabili della follia, perché per parlare di David Ginola non ha senso andare alla ricerca di altre dimensioni, sta tutto lì. 

Se Joyce rese celebre il flusso di coscienza in letteratura rovesciando l'idea di "senso", il bel poeta maledetto di Gassin fece proprie l'ispirazione e l'anarchia figlia sua e fu grazie ad esse se diventò poi Ginola. 

Egli fu tutto e non fu niente. Per i soloni del calcio, soltanto un fumoso francese in cerca di guai, per chi ha goduto delle sue gesta e dei suoi eccessi, semplicemente un finissimo esteta al di sopra d'ogni regola e convenzione. Adone dissacrante, un animale attratto continuamente dall'irrazionalità, guidato dal fiuto e dal talento come pochi altri prima e dopo di lui, guidato poi fin giù nel burrone che gli costò una carriera che avrebbe potuto esser colma di trofei e gloria.


Già perché l'incantevole dipinto del bellissimo David al centro ha uno squarcio che in eterno rimarrà lì, irrimediabilmente incancellabile. Lo sanno bene i francesi cui Ginola strappò la qualificazione a Usa '94, quando negli ultimi istanti dell'ultima partita decisiva per strappare il biglietto per gli States contro la Bulgaria, Ginola rimase fedele alla sua linea, quella del calcio improvvisato e bello senza per forza essere utile, e anziché difendere un possesso su una palla ferma vicino alla bandierina del calcio d'angolo, decise di crossare in mezzo alla ricerca di qualche compagno pronto a cogliere il suo invito.

Da quel cross sbagliato nella forma e nella sostanza nasce una storia lunga una vita intera, perché gli avversari riconquistano palla e Kostadinov, al termine di una veloce azione thriller, segna il gol che giustizia i galletti e manda oltreoceano i bulgari. Da quel momento, Ginola viene ricoperto di ogni tipo d'accusa dai francesi e da Houllier, allenatore dei transalpini che mai gli perdonerà d'aver tradito la Francia: verrà apostrofato dallo stesso con epiteti d'ogni genere e la faccenda fra i due finirà persino nelle aule dei tribunali. La Francia, cinque anni dopo, vincerà il campionato del mondo in casa propria, senza il bel David che mai riuscirà a mettersi l'anima in pace per aver vinto quella coppa soltanto dal divano di casa.


Con tutta la Francia contro, Ginola prende e decide di diventare profeta altrove: dalle carnose labbra delle lolite Parigi, alle pallide e formose cosce delle ginger di Newcastle, da parco giochi a parco giochi, da quello dei Principi a quello di Saint James, David decise che sarebbe stata l'Inghilterra il luogo adatto a cui dedicare i suoi versi migliori. Generoso, durante gli anni Novanta,  il destino che concesse agli appassionati di football dal nord fino a Portsmouth di ammirare le meravigliose gesta di due fuggiaschi francesi accorsi al servizio di Sua Maestà. . La French Connection di cui è impossibile non sentire la mancanza.


Stare a qui a discutere su chi fosse più in alto, fra Cantona e Ginola, è inutile. Molti, anzi quasi tutti, risponderebbero che fu il primo il più grande di tutti. E forse è vero. Ma non è questo il punto. Nel film "Dead Poets Society" ("L'attimo fuggente"), il professor Keating fa strappare ai propri studenti le pagine del libro "Comprendere la Poesia" di J. E. Prichard, sostenendo che poter pensare di imbrigliare i versi di un poeta fra la rigidità di due assi cartesiani sia sciocco, inutile, stupido. Vale lo stesso per quei due: in fondo, ciò che conta dentro e fuori il prato verde è soltanto il numero di emozioni che qualcuno riesce a crearti dentro.

Così ogni appassionato, ogni romantico follemente perso per il pallone dovrebbe esser grato a David Il Bello, perché in lui c'era un po' tutto quel che avremmo voluto diventare noi, c'era tutto quello che un uomo può invidiare con rispetto ad un altro uomo: lo sconfinato talento, l'indole del fanciullo scanzonato che volteggia lontano dalla mestizia del mondo reale, il fascino travolgente che gli rese trofei formosi e libertini ad ogni longitudine, l'estro anarchico, il tormento della sconfitta e dei "se" che fino all'infinito si ripeteranno senza tregua.

Per ogni carezza ad un pallone, per ogni amplesso in clandestinità, viva il calcio e viva Ginola.



sabato 22 novembre 2014

SESSO E TRECCINE: VANGELO SECONDO VAGNER LOVE

di Gianmarco Pacione (se vuoi seguirci su Fb clicca qui)
Vagner Love, in maglia CSKA, spiega la famosa regola della "L"

Ho sognato un calciatore brasiliano. Sfiorava il pallone schivando fiocchi di neve, predicava futbol tra scritte cirilliche e maglie termiche.

Love & Samba
In testa non aveva capelli ma stelle filanti: verdi, blu, rosse, gialle. 

Era Vagner da Silva Souza, si, Vagner Love. Mi fissava dritto negli occhi, con due brillanti enormi appesi alle orecchie, e diceva sorridendo: "Non sai perchè mi chiamano così? Semplice, nella vita dò tutto in un solo posto, vuoi un indizio? Non è il campo da calcio.".

Lo declamava gonfiando il petto, come in un'intervista prepartita, ripassando mentalmente tutte le prede, inseguite e braccate tra margarita e festini privati.

Per ogni stadio una camera da letto: "Le russe hanno i visi più belli, con le brasiliane ci danzo, le cinesi, beh, sono esotiche.".

Difese bucate, reti gonfiate. Nessun problema per uno che da ragazzino ballava per ore in casa, con la sorella, al solo scopo di poter rimorchiare nei locali.

Un mosaico di roboante e discutibile personalità: interviste per Playboy, amicizie con gangster, relazioni private con armi e, ovviamente, tante, tantissime cosce toniche.

Incubo e delizia d'ogni direttore sportivo, sublime attaccante dalle mille sfumature. Vagner Love è stato, ed è, definizione unica di giocatore carnevalesco: dipinto nelle treccine, pittore coi piedi.

Oggi gioca in Cina nello Shandong Luneng: ultima tappa monetaria d'una carriera particolare, che l'ha visto diventare il più prolifico goleador straniero dell'intera storia del campionato russo.

Cannoniere in campo e fuori.

"Il mio gol più bello? Pamela Butt, pornostar brasiliana. C'è anche il video online, se vuoi dare un'occhiata.".

Parola di Vagner Love.

 

   



 

lunedì 17 novembre 2014

LODE AGLI INVIOLATI: GLI EROI DI SAN MARINO

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)


Diventiamo uomini in un mondo che non rende mai giustizia all'orgoglio degli sconfitti. Cresciamo cavalcando la cresta dell'onda dei vincitori. Non c'è spazio, in un'era in cui la disfunzione è l'aberrazione massima del successo, per raccontare la Storia dall'altra parte della barricata. Eppure ci sono imprese figlie di un dio minore che rendono meglio di tante altre lo spirito eroico dell'uomo, che non è eroe in quanto più grande e più forte degli altri, ma lo diventa spingendosi oltre i propri limiti più evidenti.

venerdì 7 novembre 2014

INSEGNACI A VESTIRE, GABOR KIRALY

di Gianmarco Pacione (per seguirci su FB clicca qui)

Buffo confronto estetico. Kiraly in uscita bassa su Cristiano Ronaldo. 

Pantalone grigio e maglia blu, pantalone grigio e maglia rossa, pantalone grigio e maglia grigia: il primo addendo non cambia mai, dall'Herta al Crystal Palace, dal Monaco 1860 al Fulham.  


Una cascata di grigio in maglia Crystal Palace.
Gabor Kiraly veste nuvoloso dal 1996. Le sue gambe promettono pioggia da quella lontana stagione in maglia Szombathely (dove esordì come professionista): vent'anni di tuta lunga, in eccesso d'un paio di taglie, coraggiosamente nascosta in calzettoni girati all'infinito.

Non l'ha mai fatto per soldi o scommessa, non c'è sponsor o retribuzione a cinque cifre; l'unica ragione è la scaramanzia, pura e semplice cabala, madre d'uno dei più grandi capolavori estetici del calcio moderno.

Un canto contro qualsiasi settimana della moda, una smanacciata alle passerelle ed ai paparazzi, un'uscita incosciente, con il doppio pugno, su gran parte dei suoi colleghi: boriosi vip da club di tendenza, ipnotizzati in campo nell'ammirare i propri scarpini stellati. 

Anti-modaiolo, anti-Mirante.

Gabor sta bene così, come un saggio nonno a suo agio tra i pali, ippopotamo fluttuante in quel pigiamone che copre forme un po' troppo tonde. Ha sempre avuto pochi desideri il gigante magiaro: non subire reti, affogare la fame in cibi locali e snobbare completamente i mantra di Versace e soci. 

In breve tempo è diventato un personaggio di culto, un'icona nobilmente kitsch.

Ed è così che cantano per lui i Lilywhites: "Balla il tuo valzer, pesante ballerino dai guantoni ruvidi. Fallo, a 38 anni, nel nostro affascinante Craven Cottage; eclissa, con quell'immarcescibile pantalone, ogni riflesso dell'azzurro Tamigi.".

Urlano a squarciagola con le braccia larghe, in piedi tra seggiolini di legno antico, mandando al diavolo tradizione e bellezza.

"Insegnaci a vestire, stilista dell'area piccola!".        

  

martedì 21 ottobre 2014

CI AVEVANO DETTO CHE ERA UN GIOCO, SOLTANTO UN GIOCO...

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)


"Il calcio ha significato troppo per me, e continua a significare troppe cose" - Paul Ashworth, da "Febbre a 90°", 1997.

Guarda la sfera rotolare impazzita, schizzare a pelo d'erba, mossa dal caso e dominata dal genio, e le migliaia di persone accalcate e sfrenate tutt'attorno: ambasciatori di uno sfrenato amore gridano al vento le loro laiche preghiere. Ammira il cielo, pare colorarsi d'odio, disperazione e sconforto, e poi esplodere in lampi di luce accompagnato da boati senza fine. Scruta i bambini, stretti nelle loro giacche addosso ai loro papà: segnano la continuità biologica e sociale di una favola senza fine, e nelle loro lacrime ribolle atavica la passione che con loro nasce e a loro sopravvive, in un immaginario denso di miti, sporco di fango e sangue, tanto impossibile da afferrare quanto impossibile da negare. 

sabato 18 ottobre 2014

DRAGONI E TSU'CHU, IL CALCIO È MADE IN CHINA.

di Gianmarco Pacione (per seguirci su Fb clicca qui)

Una scena di Tsu'Chu, a pochi passi da un banchetto d'appassionati


Il made in China come brillante originalità. Ipotesi anacronistica.

Eppure la culla sono loro, ne narrano i dragoni, ce lo consiglia la storia. Le prime forme di fùtbol si perdono nel rosso sorgo delle sterminate campagne asiatiche, peregrinano seguendo orme sferiche, per arrivare alla dinastia Tsin tra il 255 ed il 206 a.C..

Immagine in cui compaiono anche le porte
Lo chiamavano Tsu'Chu, poetico sonetto sulle rive del fiume Giallo. Tradotto letteralmente "calciare una palla di cuoio con i piedi".

Era disciplina da Hetemaj e Bolzoni, praticata come arte ed allenamento militare. Occhi a mandorla rapiti da un complesso incantesimo: le porte formate da due canne di bambù ed una piccola rete, lunga non più di 40 centimetri e posta a 9 metri da terra.

Altezze vertiginose per piedi raffinati, orientali piume d'uccelli. 

Il Tsu'Chu affascina. Tra leggende di monaci buddisti e maghi taoisti, troviamo quella di Liu Bang, fondatore della dinastia Han e tipico fanatico da gradinata est. Mecenate di talenti, fece costruire un campo a pochi metri dal suo palazzo, chiamando a corte i personali menestrelli: musicanti dai piedi dolci e dalle note di cuoio.

Da Liu a Wudi, grande conquistatore dell'Asia centrale tra il 156 e l'87 a.C., che premiò i propri successi invitando a gran voce tutti i migliori giocatori nella capitale. Imperatore, instancabile spettatore e, si dice, insospettabile praticante. 

Nessun Alino Diamanti o violinista Gilardino, lustri, secoli d'anonimi campioni vestiti da gonfie tuniche.

Potrebbero alzare la voce da Pechino, potrebbero mirare e calciare fino in Inghilterra, urlando "Sì, il vostro più puro tesoro, in realtà, è made in China.".
Tsu'Chu all'ombra d'un albero

   

sabato 11 ottobre 2014

QUANDO IL MAHATMA FONDAVA SQUADRE DI CALCIO

di Gianmarco Pacione (per seguirci su Fb clicca qui)

1913. Gandhi (cerchiato) con due club da lui fondati.

Chissà se sarebbero vibrati i baffi del Mahatma.
Del Piero è sbarcato in India, nella terra del grande Bapu dalle lenti a cerchio. Il Pinturicchio di Gianni Agnelli indosserà a breve, per la prima volta, la maglia delle "dinamo" di Delhi.
Osservandolo avrebbe incrociato le braccia, Gandhi, pensando nostalgicamente a quel suo primo amore.

Erano gl'inizi del '900, il corpo era sempre esile, scarno contraltare alla ricca mente. Capello fine ed un completo usato spesso se non sempre, incorniciato da cravatte mai pretenziose. Il giovane Mohandas Karamchand Gandhi si spostava nel profondo Sudafrica, apprendista avvocato e osservatore di popoli.
Nasceva in questi anni la teoria dell'ahimsa (la nonviolenza), sbocciava giorno dopo giorno, davanti ad un Paese spaccato a metà dalla discriminazione razziale.

Il giovane avvocato Gandhi
Divampa qui, sulle rive dell'oceano Indiano, una scintilla che era già scattata qualche anno prima, nella terra dei leoni del football: quello puro. In Inghilterra Gandhi aveva assaporato, per la prima volta, il soffice rimbalzo della sfera sul prato verde. 
Con i piedi non andava troppo bene, ma il pensiero volava tra calzoni sudici e scarpette, tra pali improvvisati ed imprecazioni.

"Ciò che colpì principalmente Gandhi, fu la nozione di nobiltà del calcio.
A quei tempi l'idea di squadra oscurava completamente quella di fuoriclasse, 
e questo lo ammaliava profondamente."   
 
Le parole di P. Govindasamy (presidente della SAIFA) si specchiano in quello che è stato, segretamente, un inaspettato attivista della pelota.

Risale ai primi anni del secolo, difatti, la fondazione, da parte del Mahatma, di ben 3 compagini futboliste: divise tra Durban, Pretoria e Johannesburg.

Denominatore comune era il nome: tutte le squadre si chiamavano Passive Resisters Football Club. Un grido forte, richiamo deciso delle masse, con connotati politico-sociali di sublime caratura.

Gandhi ed il potere del calcio, il calcio ed il carisma di Gandhi. Sodalizio spirituale.

Si narra che, alle gare di queste tre società, arrivassero in migliaia di adepti del football e dell'impegno civile. Immedesimati in quei ragazzi non stipendiati, semplici amatori, che calciavano rudemente verso la porta.
Folle magnetizzate dai pamphlets e dalle arringhe di quel giovane avvocato d'origine indiana, che alzava voce e pesanti invettive durante l'intervallo.   

Nessuno schiamazzo con Ilaria D'Amico, nessuna giacca gialla scaramantica, nessun esonero lampo.

Un dirigente illuminato. Pronto a raccogliere soldi per le famiglie dei perseguitati, pronto ad elevare socialmente ciò che più meravigliava il suo forte intelletto e la sua anima candida.

Sarebbero vibrati i baffi del Mahatma, eccome se l'avrebbero fatto. Impercettibilmente, però, sempre riflessivi anche davanti ad una pennellata di Alex: con i passi contati, con la barriera superata.  

venerdì 26 settembre 2014

LA ROVESCIATA CHE HA DIPINTO IL CALCIO

di Gianmarco Pacione (per seguirci su FB clicca qui)

"Parte un lancio di Magli verso Pandolfini. 
Egisto scatta, tra lui ed il portiere c'è solo Carlo Parola.
L'attaccante sente di potercela fare ma il difensore non gli permette d'agire.
Uno stacco imperioso, un volo in cielo, una respinta in stile unico.
Un'ovazione accompagna la prodezza di Parola."



Manifesto, icona. Corrado Banchi lo pensava, immortalando quell'istante. Sapeva di regalare ad ogni musa il ritratto perfetto di cui cantare. Carlo Parola sfiorava solennemente, con la punta del suo scarpino, le nuvole più alte di quel mosaico aereo fiorentino. Lo faceva nel cuore della sua area bianconera, a pochi metri dalla rapida intuizione d'un reporter freelance.

Si percepiva il sole su quel piede, brillava la cristallizzante luce del mito.

Foto in maglia juventina
Statua, ritratto. La spericolata gita pindarica, da quel gennaio 1950, è stata pubblicata oltre 200 milioni di volte: in ogni lingua e latitudine. Eppure quel movimento, per il ventinovenne juventino, aveva il sapore del banale.

Una passione, quella della bicicletta, trasportata in ogni prato verde. Da bambino, Carlo, muoveva le gambe sui pedali. Ha continuato a farlo nella massima serie del futbol nostrano, fumando le sue amate Gauloises con fiera irriverenza, ignorando altezze e vertigini, costantemente a contatto con l'aria più rarefatta.


L'album Panini, poi, ha pensato al resto, rendendolo un simbolo trasversale e senza età: testimonial anonimo dell'attuale adolescente, reliquia storica per le menti più mature. A lui va sempre la prima pagina: anno dopo anno, campionato dopo campionato, Cissè dopo Bastos.

"Sono stato un giocatore troppo grande per essere anche un allenatore troppo grande". Diceva così, qualche anno prima di lasciarci, uno degli artisti in calzoncini più forti della storia italiana: maestro e dittatore della propria metà campo, tra moltissima Juve e briciole laziali, con 10 presenze in Nazionale.  

Niente pubblicità di carni in scatola o dopobarba, di fuoristrada o tablet.

Carlo Parola è stato, è e sarà, per tutti, per sempre, il volto ed il corpo di tutto ciò che più amiamo. 

 



 


lunedì 8 settembre 2014

DATE A IAIN QUEL CHE È DI DOWIE: ANATOMIA DI UN ANTIEROE

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)

Con gli Hammers


Mi svegliavo al mattino, mi guardavo allo specchio e rischiavo di vomitare le schifezze mangiate il giorno prima. Era tutto sbagliato, nella mia vita, nei miei piedi, sulla mia faccia. Tutto scombinato. Tutto ciò che di buono potevo avere, tutto ciò che di buono potevo essere, veniva spazzato via un istante dopo. Un passo avanti e due indietro. Quelli come me nascono più raramente dei Pelè: possono essere (quasi) tutto e alla fine non sono niente. Io sono così, tutto e niente, costretto a vivere nella memoria della gente per quel mio viso simile a un mazzo sbattuto mischiato su un tavolo. Ruvido, disordinato, disarmonico.

venerdì 8 agosto 2014

STORIA D'UN PRINCIPE PALESTINESE NATO A SANTIAGO

di Gianmarco Pacione (per seguirici su FB clicca qui)

Bishara con la maglia della sua nazionale

"Un gol della Palestina, nel nostro stadio, vale più di cento bombe"

In primera con la maglia del Palestino
Dei lineamenti mediorientali disegnano il profilo d'una notte bollente, sono imperlati di piccole biglie di sudore che continuano a scendere, finendo per toccarsi sulla seta delle scure lenzuola.

Alza le spalle possenti l'uomo di quel profilo, le preme contro le ginocchia: è rannicchiato nel suo letto in una sperduta, ordinaria casa della periferia di Santiago del Chile.

Respiro affannoso, occhi spalancati.

Le pareti, le finestre, l'anima. Tutto trema, tutto bombardato. 

Roberto Fabian Bishara Adawi non è un giocatore come tanti altri, lo si capisce solo dal nome.

Non è una leggenda come tante altre. Roberto Bishara è emblema carismatico d'una terra distantissima: la sua.

La testa ribolle, le vene pulsano. Suonano i rintocchi, piovono dal cielo senza mai mancare il bersaglio.

Bombe israeliane.

Roberto Bishara è a Santiago del Chile, dove in cielo l'alba si fa strada timida e tranquilla; Roberto Bishara è anche in tutta la Palestina, dove c'è solo tramonto, dove c'è solo paura.

"Mi sentivo infinitamente orgoglioso di poter giocare per il Paese dove vissero i miei avi"

Nato in Cile da genitori immigrati, fin da piccolo Bishara ascolta il padre parlare la lingua dell'Oriente arabo. Erano belli quei suoni tondi, a volte frenavano per diventare saltellati: sembrava una cantilena, ad occhi chiusi poteva immergersi nella calda sacralità della sua vera patria. 

La strana numerazione del Club Palestino.
Cile e Palestina, un legame etereo.

Bishara diventa capitano, a pochi chilometri da casa, d'una delle più affascinanti compagini dell'intero emisfero: il Club Deportivo Palestino.

Fondato negli anni '20 da un gruppo d'immigrati palestinesi. Da lustri, ormai, fermo in pianta stabile nell'olimpo della Primera cilena.

Una favola colorata di verde, bianco e rosso.
Manifesto politico tra due porte: roboante esempio sono i numeri sulle maglie che pochi mesi fa richiamavano l'antico territorio palestinese.
Storia di sponsorizzazioni irrazionali, come la Bank of Palestine.
Canzone araba e latina, intreccio di adhan e tango, suonata instancabilmente da sensibili calciatori e da un'hinchada di tifosi cileno-palestinesi con il fiume Giordano nelle vene. 

Bishara, all'estadio municipal La Ciserna, lungo tutta la sua carriera è idolo e profeta, "Cammello" e "Principe Arabo".

"Per loro la Palestina non esiste"

Ma il club non basta, l'identificazione dev'essere completa. Il desiderio di sentire quella maglia sulla pelle, di vedere quei tifosi sugli spalti, di ascoltare quell'idioma e quell'inno: irrazionale volontà.

Ecco allora gl'interminabili viaggi aerei per vestire la maglia della sua nazione, quella distante mari e checkpoint. Odissee tra interrogatori di poliziotti israeliani che non credono alla versione del calciatore, tra partite cancellate per cause militari.

Bishara dopo un gol
Buffon, Gerrard, Casillas...icona, a volte, vuol dir essere ben altro.

25 partite ufficiali in maglia palestinese, debutto e ritiro con quella del Deportivo Palestino. Sempre giocando di sciabola e di fioretto là, nella zona centro-sinistra della retroguardia.

Una carriera, un tributo ad un popolo. Oggi, a soli 34 anni, Bishara è il presidente del club che l'ha accompagnato per tutta la carriera. 

Eppure il letto trema ancora, la polvere continua ad alzarsi dagli angoli della cupa stanza. Uno, due, tre, quattro.

Altri quattro. L'acqua del lavandino si fonde con le lacrime, con il sudore di Bishara.
Altri quattro, tutti bambini, morti mentre giocavano a calcio lungo la spiaggia della Striscia di Gaza.

Lo sente a mari ed oceani di distanza, come lo sentiva quando il pallone gli sfiorava il mancino. La sua terra è ancora in ginocchio.

"Il calcio è più forte dei proiettili; il football deve unire, non separare"

I pugni chiusi. Non bastano le parole. Il vento soffia stanco, ha fatto un lungo viaggio. Soffia e porta pianti, soffia e quella lingua, prima tonda e saltellata, d'un tratto pare solo un infinito lamento, una flebile richiesta d'aiuto senza un preciso indirizzo.

Il "Principe Arabo" l'ascolta, come faceva con suo padre da piccolino: della calda sacralità nessun residuo. 

L'opera d'un artista israeliano per i quattro bambini morti la scorsa settimana, colpiti da una bomba


 




  


martedì 15 luglio 2014

AN UNDERDOG ON TOP OF THE WORLD: BEING KEVIN GROSSKREUTZ

Written by Gian Maria Campedelli, translated in English by Alessandro Seager (follow us on Facebook for more: CLICK HERE!)




And now I finally have a good reason to piss them off. Stare at me while I look for the inspiration of the most beautiful pandemonium thant you can imagine. Kevin won’t disappoint you, for sure.

I’ve won, I’ve won again but this time I’ve done with an even greater style. Don’t come and talk to me about international rules, gentlemen. I went to Brazil: I sprinted, I travelled and wankered tons of times, just like all of my teammates, from the very first to the last one. And I’m not really used to wanker myself.
I sat on the bench and suffered heat, a hell of a lot of heat, going from Dortmund to Brazil is not a joke.
So, no, don’t come and talk to me about regulations and all that bullshit: I didn’t play a single minute, but still, this world cup in mine. As a matter of fact, it belongs more to me than others.

Right, ‘cause in this army made of ferocious soldiers and precise strategists, so precise that they look more like Robots, I’m the maximum exception, the blink that warms the cold armor of a group, planned to tear down every single opponent. I’m the other way round hero, the false note, the wrong way out.

To you, hating our efficiency, our meticulous rationality, we are not histrionic jugglers like you…well….fuck… I’m with you! Hate them, hate these guys ‘cause I hate them too. Their scheduled football, their business, their marketing, their discipline. Talented kindergarten faggots: I throw kebabs, delicious doners stuffed with spicy sauce, I throw them in the eyes of my fans, I give my pee to the world as a gift, in front of those incredulous glances who are used to guys like Lahm, who looks like he just came out from a parochial confirmation, but instead he’s thirty, and makes me agree to, with that smile as if he was the worlds’ best friend.

Kevin in one of the few matches played
with Deutschland in his career.
I’m Kevin, scary and deformed, who, since always does Kilometers on the edge of every pitch, of every road. From Rot Weiss Ahlen to BVB , hideous grimaces and lungs of steel. For sure not the best footballplayer ever, yes, but, this cup, which if you look at it from the distance, looks like an enormous weissbier jug, I’ve won it too. And I’ve won it for you too.

To the perfect mechanisms of a teutonic war I opposed my mocking fleer, with my head held high, the fleer of football player far from being full of muscles and having necklesses, but more close to a drummer of an old band of the DDR, and believe me if I tell you that to accomplish such a challenge, the bad egg who turns on hearts and shifts the equilibrium, the one who thinks outside the box, and brakes the silence is more useful than a decisive football skill at the last minute. Mine is a hymn to imperfection: I’m sure you like best my uncomfortable anarchism, and nevermind if no almanac will have my name written on it, tomorrow. I was there.

Kevin's haircut after the winning of Meisterschale
with Borussia Dortmund, 2011.
Nobody will ever remember me in thirty years time, when you’ll be asking yourselves whether this Germany was one of the best teams in history, no doubt. But I’ll remember you and those, assholes, who believed that I should be kept away from the football pitch in order not to risk spoiling the perfect squad, where only young rampants, and wise experienced players, overloaded by records and farytales suitable for nephews. Good guys and role models, real champions inside and outside the pitch, blah blah blah, buuuuuurp!

I won’t forget you, and I’ll look at you just with the same fleer I’m looking at you right now, when only a vague memory of a weird and harsh surname will remain of me, ugly and battered, nerveless, without lungs, hidden behind hundreds bottles of empty beers, I’ll drink a toast in my honour, at the black blur.
And with my eyes shut I’ll whisper “I’m a world champion, dickheads”

Cheers! 


lunedì 14 luglio 2014

UN UNDERDOG SUL TETTO DEL MONDO: ESSERE KEVIN GROSSKREUTZ

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook CLICCA QUI)



E ora finalmente avrò un buon motivo per farli incazzare. Guardatemi mentre cerco l'ispirazione per il più bel pandemonio che si possa immaginare. Kevin non vi deluderà, no di certo.

Ho vinto, ho vinto ancora ma stavolta l'ho fatto in ancor più grande stile. Non mi venite a parlare di regole internazionali, signori. Io in Brasile ci sono venuto: mi sono fatto scatti, viaggi e un mucchio di seghe proprio come tutti i miei compagni, dal primo all'ultimo. E io non sono abituato a farmele, le seghe. Mi sono seduto in panchina e ho patito il caldo, tanto caldo, che passare da Dortmund al Brasile non è di certo uno scherzo. E dunque no, non parlatemi di regolamenti e stronzate: non ho giocato un minuto, ma questo mondiale è mio. Anzi, è più mio che di tutti gli altri.

mercoledì 14 maggio 2014

QUANDO I NANI DIVENTANO GIGANTI, O VICEVERSA.

di Gianmarco Pacione (per seguirci su Facebook clicca qui)

I Gigantes do Norte al completo

Nani sulle spalle di giganti.

Bernardo di Chartres avrà già buttato l'occhio a Belém, la Betlemme brasiliana.

Casimero Ribeiro, soprannominato Wagner Love
In questo chiostro amazzonico tanto lontano dalla Francia, la sua metafora culturale è costantemente trasportata e trasfigurata da undici camisetas verdi, rigorosamente di taglia XXS.

Basta un tocco, basta un dribbling.

Nella tipica serata dal profumo di mango, i Gigantes do Norte (Giganti del Nord) stanno proseguendo delicatamente il loro palleggio. Controlli rapidi per piedi impercettibili, dispersi a colorare, come minuscoli coleotteri, il prato verde.

La sfera viaggia, non si alza mai: è un obbligo, non una regola.

Le falcate sono corte, cortissime, eppure goffamente irresistibili.

Dai pali un braccio alzato spinge le urla per sistemare la barriera. Il guantone chiede due giocatori: se ne presentano quattro.

Un mormorio ancestrale non abbandona gli spalti, accarezza rispettoso il banale materializzarsi d'un qualcosa di unico.

Davanti agli occhi ecco la più originale dichiarazione di conformismo.

La barriera dei Giganti
Nani sulle spalle di nani.

La barriera a cavalcioni, uno sopra l'altro: per occultare lo specchio, per risultare originalmente normali.

Il calcio è anche loro, è anche dei Giganti del Nord, squadra con un'altezza media ben sotto il metro e cinquanta. Nessuna differenza, nessun'anomalia.

I ragazzi di Marcos Martins non sono Crouch o Koller; rivelano sprazzi di talento senza vergogna o timore, con immensa personalità.

Lo fanno in un campo regolare, affrontando rappresentative di giovani locali. Lo fanno sensibilizzando e colpendo rasoterra un mondo esteticamente elitario.

Ambasciatori e sognatori, professionisti impossibilitati ed umani precursori racchiusi in corpi brevi.

Gli sguardo sicuri, l'esultanze dopo i gol, il divertimento nel nascondere il pallone.



Fútbol.


Perchè in fondo, a loro, importa solo gonfiare la rete e soffocare la classica, noiosa risata collettiva.
Perchè in fondo, a loro, importa un cazzo di non poter saltare come Luisao o, anche solo, Maxi Moralez.   


   

sabato 26 aprile 2014

CHE C'È DI MALE AD ESSERE STATO ANDONI GOIKOETXEA?

di Gian Maria Campedelli (per seguirci su Facebook clicca QUI)



Che volete che vi dica, amigos? Nel calcio non può mica esistere solo la giocata decisiva, l'armonia dell'assist vincente, la gioia liberatrice della rete segnata sul filo del fuorigioco. C'è molto, molto di più, e io sono l'ambasciatore delle verità scomode.

Chiamatemi come volete: per la mia gente, a casa mia, nei Paesi Baschi, ero “il gigante di Alonsotegi”, che è il posto dove sono nato. Incastonato in una verde vallata, poche anime, un solo santo protettore: il sottoscritto. Tutti gli altri, soprattutto quelle fichette britanniche, amavano dire che io fossi “il macellaio di Bilbao. Vi confesso, sì, che quel soprannome non mi è mai dispiaciuto: il calcio è fatto di gente che corre e gente che rincorre, io sono sempre stato uno a cui piaceva appartenere alla seconda categoria, e che c'è di male? 

Non ammirereste le meravigliose punizioni dei vostri beniamini, non esultereste per un'espulsione rimediata dall'avversario se non ci fossero quelli come me. Quelli per cui il calcio è bello con un po' di sangue, qualche frattura, un sano clima da corrida. I Quentin Tarantino del pallone, splatter e gran figli di puttana. Se chiedete a Schuster e a Diego, sì, quel Diego, vi risponderanno indignati. Tanto rumore per nulla, amigos.

Sono stati gesti spontanei , istintivi e geniali quanto un tunnel, una rabona, un doppio passo. E a voi sono piaciuti. Ammettetelo: quel Diego lì era forte, ma che palle quando un solo protagonista si prende il palco del mondo; non era una questione di gelosia, invidia, vanità. Volevo solo diventare il re dei cattivi, volevo offrire al pubblico un lato oscuro al quale affezionarsi, volevo dare di più a quelli che se ne stavano sugli spalti ad attendere la giocata decisiva. Io ho reso emozionanti anche i più scialbi zero a zero, credetemi. Il più odiato, questo volevo essere, o forse il più amato. Non avevo le idee ben chiare e dovreste sapere che spesso le due cose coincidono, no?

Probabilmente, e lo dico con fierezza ed orgoglio, ci sono riuscito. Anche se i giovani che hanno in mente i macellai di oggi non sanno nemmeno chi sono, colpa anche del mio nome difficile da pronunciare, già, ma che importa? Sono stato il re nei miei anni ottanta, cazzo. E tanto mi basta. Non sono esistiti solo Paolo Rossi, Cindy Lauper, "Ritorno al futuro" e i Paninari in quel decennio maledetto. C'ero anche io. L'ambasciatore delle verità scomode, il diplomatico del dolore con la divisa biancorossa dell'Athletic, la mia squadra, la mia famiglia, nutrita con la ferocia, con la fame, con quell'andare oltre, quel godere delle smorfie disgustate di chi pensava di venire ad assistere ad un balletto russo e invece si trovava spettatore di furiose lotte sanguinarie.

E ringraziatemi, o avreste sbadigliato e buttato i vostri soldi, maledendovi per non averli spesi con qualche puta con cui sciacquarvi l'anima, il sabato sera. Ringraziatemi e amatemi se proprio non riuscite a detestarmi, amigos, e ricordate che se non potete farvi amico il Dio del bene, allora dovrete cercare almeno di allearvi con il Diavolo.
Crack.